Moriva il 16 aprile di 30 anni fa. Ligure di Albenga, fu Vescovo di Pontremoli dal 1955 al 1983. Presule vicino alle persone fu pastore attento all’uomo e alle sue necessità spirituali e sociali

Nel sabato delle palme del 1955 nascevo in Genova il 2 di aprile; non potevo sapere allora, che la mia vita si sarebbe intrecciata, molti anni dopo, con il Vescovo di Pontremoli Mons. Giuseppe Fenocchio eletto Vescovo da Pio XII il 10 dicembre 1954 e consacrato l’11 febbraio 1955. Morirà nella sua Albenga nel 1996, è sepolto ai piedi della Madonna del popolo nella sua Cattedrale di Pontremoli. Il Suo Motto: “Pace nella Giustizia” esprimerà la volontà di coniugare il bene della pace con la verità della giustizia, un vero umanesimo, un’ottica pastorale completa.
Ricordo il primo incontro con lui, per entrare nel seminario di Pontremoli, accompagnato dal mio parroco di Turlago don Paolo Borella. L’incontro fu caratterizzato da un gesto e da una frase, che ricordo ancora molto bene, prese in mano la croce pettorale e toccandola con il dito mi disse: “per fare il prete bisogna camminare qui sopra”.
Allora non compresi, oggi conosco la verità di quel gesto e di quelle parole. Lui ha accompagnato la mia vita di seminarista a Pontremoli e poi all’Almo Collegio Alberoni in Piacenza, ordinandomi il 22 maggio 1982 nella Cattedrale di Pontremoli, ultimo sacerdote della Diocesi da lui ordinato, avrebbe infatti lascito il 15 agosto 1983 per raggiunti limiti di età, sostituito da Mons. Bruno Tommasi ultimo Vescovo della Diocesi Apuana.
A Pontremoli fu un vescovo vicino alle persone, tutti potevano salutarlo nelle quotidiane passeggiate in città, amabile e timidamente austero si preoccupava del bene di tutti. Spesso visitava il seminario e il Liceo classico, ma non tralasciava l’attenzione alla Diocesi, che visitava regolarmente, ricordo una foto, purtroppo perduta, di una sua prima visita pastorale a Turlago a dorso di un asino.

La preoccupazione era anche sociale, la Diocesi aveva subito una forte emigrazione; in un trentennio il numero delle persone da 70 mila era passato a 37 mila. Fu pastore attento a tutto l’uomo, alle necessità spirituali e sociali richiamando le autorità competenti ai loro doveri verso la popolazione dei paesi. Partecipò al Concilio Ecumenico Vaticano II preoccupandosi della sua attuazione in Diocesi.
Maestro saggio, animato da forte spirito di santità, poneva sempre il primato della “volontà di Dio”, sia negli scritti pastorali sia nelle omelie, con ferma credibilità di fede e costante invito alla conversione. Chiarezza e umanità caratterizzano i suoi scritti, dove dottrina sicura, esortazioni pastorali, e preoccupazioni spirituali e territoriali sottolineano il suo affetto al cammino spirituale delle parrocchie ma anche alla attenzione verso il territorio e i bisogni di assistenza delle popolazioni.

Le sue omelie assumevano tono lirico e poetico in particolare verso la Vergine Maria e sottolineano la sua partecipazione e sostegno verso tutte le manifestazioni mariane come la costruzione della Grotta di Lourdes in Zeri e le solenni feste della Madonna del Popolo. In questi giorni pasquali merita ricordare quanto egli disse nella omelia di pasqua del 1979: «L’uomo, dunque, che vuol comprendere sé stesso fino in fondo, deve, con la sua inquietudine e incertezza e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la vita e con la morte, avvicinarsi a Cristo. Deve, per così dire, entrare in Cristo con tutto sé stesso e assimilare la realtà dell’Incarnazione e della Redenzione per ritrovare sé stesso».
L’Anno Giubilare Francescano ci rimanda a quanto egli disse il 4 ottobre 1978: «Dove si nasconde il segreto della perenne attualità di S. Francesco? Altra risposta non trovo se non in un appellativo a lui conferito dalla storia e che sembra scolpirne con rara efficacia la figura: “Franciscus alter Christus”. Francesco è sempre attuale perché ha riportato con singolare forza e evidenza nella sua vita i tratti caratteristici del Cristo».
Maria SS. Regina del nostro Popolo è sempre stata, da lui, indicata come colei che: «ci vuole portare a Dio. Tutto il resto: grazie e aiuti temporali, la riuscita nelle nostre cose, il lavoro, il pane e la stessa salute, è secondario; mentre a Lei, madre saggia e buona, una cosa sta supremamente a cuore: assicurarci il possesso dell’unico bene indispensabile: Dio. Questo è il senso ultimo di tutte le feste della Madonna: che noi ci avviciniamo di più a Dio, che fuggiamo il peccato, che diventiamo migliori, cioè la nostra conversione». (Omelia della festa della Madonna del Popolo del 1960).
Potremmo dire e ricordare molte altre cose della sua persone, il tesoro delle sue parole, la testimonianza della sua vita di vescovo, ma dal cuore di tutta la Diocesi di Pontremoli, sacerdoti e fedeli, esce con emozione e sincerità un forte: “Grazie Vescovo Giuseppe!”.
Don Pietro Pratolongo



