L’Iliade e la tragedia dell’esistenza umana costretta ad  attraversare la guerra

Il poema omerico rappresenta l’atto fondativo dei Greci e una sintesi dei valori e delle virtù di quel popolo. Dietro alla facciata bellicistica del primo poema della letteratura occidentale si nascondono uomini scissi tra “ragion di stato” e la consapevolezza della fragilità della propria vita

Gaetano Gandolfi, “Achille trascina il corpo di Ettore attorno alle mura di Troia” (1801)

Tutti conoscono l’Iliade. Il primo poema della letteratura occidentale evoca con il suo solo nome il ricordo di una delle guerre più celebri raccontate dal mondo antico.
La guerra di Troia nei canti di Omero suona oggi come qualcosa al confine tra la fantasia di un narratore non proprio attendibile, e la storia reale di gente che alle battaglie e alla politica della guerra c’era comunque ben avvezza.
Perché se da una parte i combattimenti tra eroi semidivini e dèi immortali – provocati dalla vendetta di un amante tradito – ci sembrano ingenue favole di altri tempi, e in quanto tali un po’ possono anche far sorridere, dall’altra non si può fare a meno di notare che le connessioni con la storia sono robuste.

Peter Paul Rubens, “Achille uccide Ettore” (1630-1635)

In effetti i miti messi insieme da Omero sono il prodotto di una civiltà che parla di eventi reali, perché la guerra a Troia c’è stata davvero, alla fine del XIII secolo a.C., come l’archeologia a fine Ottocento ha mostrato, anche se non sarà sceso in campo il padre degli dèi Zeus, e Achille non sarà stato figlio di una ninfa, ma un principe acheo dell’età del bronzo.
Quella antica guerra era, per i Greci vissuti secoli dopo – quelli che noi conosciamo un po’ meglio – l’inizio della loro storia come popolo, l’atto fondativo della loro esistenza come Greci, diversi da tutti gli altri, dai cosiddetti barbari.
E si sa che i popoli hanno bisogno di trovarsi una “data di nascita”, la quale deve coincidere con un evento grandioso, che ne legittimi la posizione in mezzo agli altri popoli, e in cui le generazioni future possano trovare in gioco tutti i valori e i modelli di comportamento che quel popolo sente come i suoi valori di riferimento.

Christoffer Wilhelm Eckersberg, Ettore saluta Andromaca e Astianatte (1813).

Da questo punto di vista l’Iliade, come è stato sostenuto a lungo, è una specie di “enciclopedia” in cui i Greci dei primi secoli trovavano esempi di come fare bene tutto ciò che riteneva importante nella vita pubblica e privata: così i vari Achille, Ulisse o Aiace sono esempi di eroismo, astuzia, virtù, e accanto ad essi si trovano saggi di come debba funzionare la vita politica, come si debba combattere in guerra, ma anche espressioni delle nozioni che avevano sulla navigazione, l’arte di costruire opere, i passatempi negli allegri conviti.
Dunque, l’Iliade – come l’altro poema omerico, l’Odissea – è, a suo modo, un pezzo di storia. E se la si valuta con la serietà che si offre a un reperto che ci può dire qualcosa di concreto su chi l’ha prodotto, allora emergono dei punti interessanti per capire i Greci. Nella sua trama principale l’Iliade è, essenzialmente, la storia di una guerra.
Omero ama diffondersi in descrizioni particolareggiate di duelli, uccisioni e stragi di massa. Erano cose con cui i Greci, come del resto più o meno tutti i popoli dell’antichità, erano molto familiari, vivendo in un mondo in cui, per dirla in breve, la guerra era l’assai rozzo strumento a cui spesso e volentieri le relazioni diplomatiche tra città e nazioni finivano per ricorrere.
La guerra, insomma, era un fatto della quotidianità, e quindi i poeti di Iliade e Odissea ne parlano in quanto una delle componenti principali di quell’ “enciclopedia di cultura” di cui si parlava sopra: se i Greci volevano dare un’immagine di loro stessi, potevano benissimo partire proprio dalla guerra, e così fecero.
Questo è un punto importante del nostro ragionamento. Se però ci si mette a leggere canto dopo canto questo antichissimo poema, ci si accorge che in mezzo alle azioni impegnate e “ufficiali” dei conquistatori greci spuntano non di rado accenti più personali, più sinceri, e si vede che anche i grandi eroi hanno un’anima umana, diversa da quella che devono mostrare quando sono impegnati nei grandi duelli.
L’Iliade è ambientata negli ultimi cinquantuno giorni prima della caduta di Troia: dopo dieci anni di guerra entrambe le parti sono stremate, e desiderano che tutto finisca. La necessità di non mostrarsi vili li spinge a continuare, e in più a dar forza ai Troiani c’è l’esigenza di difendere la città e i propri cari assediati.
E dunque l’Iliade – che sarà anche il risultato di tanti canti assemblati in momenti diversi, come i più ritengono, ma non si può negare che dispieghi una visione unitaria dall’inizio alla fine e sia ricca di rimandi interni, costruiti ad arte da un sapiente poeta – sa mostrare la tragedia dell’esistenza umana che è costretta, qualunque ne sia la ragione, ad attraversare la guerra.
Dietro alla facciata bellicistica, insomma, si nascondono uomini scissi tra una “ragion di stato” e la triste consapevolezza della fragilità della propria vita.

Davide Lombardi