Un libro di Roberto Casotti ripercorre le vicende dell’edificio che rappresentano anche la storia di una comunità

Foce di Castevoli, a metà strada fra Borgo e Pieve, vanta la presenza dell’oratorio intitolato a Santa Lucia, fondato sul finire del Seicento e ricostruito nel 1928. Traccia la sua storia il libro “L’oratorio di Santa Lucia alla Foce di Castevoli” (Carte Amaranto) nel quale Roberto Casotti racconta anche le vicende, dimenticate, di Felicita Vicchi della Foce.
È il 1689 quando al vescovo di Luni-Sarzana, mons. Naselli, viene comunicato che a Foce è stato ultimato un oratorio e ora la comunità chiede venga concessa la “licenza di poter celebrare la S. Messa in tutti i giorni feriali” e in una delle feste dedicate alla Madonna. Il Vescovo incarica l’arciprete di Castevoli di verificare lo stato dell’edificio, ma passeranno più di due anni prima che don Mario Marchesi si rechi a valutarne l’idoneità: è il 26 giugno 1691 quando risponde affermativamente. Fin qui e per i due secoli a venire la storia non si discosta da quelle di tanti altri oratori nei paesi della Lunigiana; ma nella seconda metà dell’Ottocento le cose cambiano.
Sono gli anni della prima emigrazione di massa: milioni di Italiani lasciano i loro poveri luoghi per cercare altrove nuove prospettive di vita. La Lunigiana non fa eccezione, anzi i decenni a seguire avrebbero dimostrato come sia stato uno dei comprensori a più alta percentuale migratoria d’Italia.
E sul finire del 1883 dalla Foce parte per l’Argentina un gruppo di giovani: Giuseppe e Lorenzo Vicchi; Luigi, Antonio e Lazzaro Moretti; Andrea Bardotti… Ricomponendo i pezzi di questi vissuti lontani Roberto Casotti ci conduce lungo la storia di Beniamino Lucchini, classe 1863, e di Felicita Vicchi, di cinque anni più giovane.
I due fidanzati, arrivati in Argentina in tempi diversi, si sposano il 16 giugno 1888 a Mendoza dove impiantano una fabbrica di scarpe.
Dopo una ventina d’anni tornano a Castevoli; hanno messo da parte una certa fortuna e da qualche anno, nel vicino paese di Rivazzo, per loro e per i tre figli avevano già acquistato una casa che ora ingrandiscono e abbelliscono. Inoltre acquistano terreni e costruiscono una nuova casa alla Spezia dove trascorrere gli inverni e far studiare più agevolmente le due figlie nate dopo il ritorno.
Ma Felicita non rinuncia alle proprie radici perché la Foce è il luogo dell’infanzia e dell’adolescenza: non si dà pace per quell’oratorio tanto malridotto. Decide allora di restaurarlo, anzi di ricostruirlo su un terreno di sua proprietà che mette a disposizione; con l’aiuto del fratello Giuseppe nel 1928 i lavori sono finiti e nell’edificio c’è una nuova statua della Santa.
La vita terrena di Felicita Vicchi termina all’improvviso domenica 3 febbraio 1946, festa di San Biagio: la donna è stroncata da un infarto che la coglie a 74 anni poco dopo aver terminato di scaricare un carro di grano.
Ma la storia dell’oratorio di Santa Lucia continua, perché come per tutte le opere dell’uomo, ha bisogno di manutenzione.
E negli ultimi anni ad occuparsi di finanziare prima il rifacimento del tetto poi la ritenteggiatura delle pareti esterne è un altro benefattore, l’ambasciatore Julien-Vincent Brunie, le cui radici affondano proprio a Foce: da qui, infatti, l’antenata Maria Tarantola era emigrata nel 1901 alla volta della Francia.
(Paolo Bissoli)



