Il “massacro del Circeo”: un delitto divenuto simbolo della violenza di genere

Cinquant’anni fa Rosaria Lopez e Donatella Colasanti furono vittime di tre aguzzini, giovani della Roma bene, “che tutto possono, che tutto hanno”

Due dei tre autori del massacro del Circeo durante il processo: Gianni Guido (a sinistra) e Angelo Izzo (da Wikipedia)

Sono trascorsi cinquant’anni da quel tardo pomeriggio romano del 29 settembre 1975, quando due giovanissime donne, la diciannovenne Rosaria Lopez e la diciassettenne Donatella Colasanti, furono condotte con l’inganno a San Felice Circeo, nella villa appartenente ad uno dei loro tre aguzzini, e qui sequestrate, sadicamente tormentate per ore e ore e infine uccise.
Questo almeno nelle criminali intenzioni dei tre, in realtà Donatella sopravvisse, ma solo perché, nonostante un tentativo di strangolamento e un forte colpo alla testa infertole con una sbarra di ferro, ebbe la straordinaria lucidità di fingersi morta.
Chiusa nel bagagliaio di una Fiat 127 insieme al corpo di Rosaria, fu ricondotta a Roma e, mentre i tre si allontanavano per cenare, riuscì a farsi sentire da un metronotte, che allertò i carabinieri.

Donatella Colasanti in un’udienza del processo

La fotografia che la ritrae mentre emerge, straziata nel corpo e nell’anima, dal bagagliaio della 127, appartiene alla memoria collettiva di un’intera generazione e costituisce una delle immagini più dolorose di quei tragici “anni di piombo”.
L’orrore suscitato nell’opinione pubblica, in particolare tra le donne impegnate nei primi gruppi femministi, di fronte al resoconto sempre più particolareggiato che emergeva dell’evento; lo sdegno per l’arroganza dimostrata dai tre responsabili, tutti rampolli della “Roma bene”, già autori di gravissimi reati ma rimasti impuniti grazie alle protezioni derivate dalla ricchezza delle loro famiglie; il contrasto tra questi privilegiati e la modesta estrazione socio-economica delle loro vittime; il clima politico, arroventato anche dalla dichiarata appartenenza dei tre a gruppi dell’estrema destra romana; furono fattori che diedero al caso una risonanza molto più ampia e duratura rispetto ad un mero fatto di cronaca nera.

Rosaria Lopez, uccisa nella villa del Circeo nel 1975

Il 4 ottobre 1975, nella chiesa parrocchiale della Montagnola, la borgata romana in cui viveva, fu celebrato il funerale di Rosaria; l’omelia del parroco, don Pietro Occelli, costituì una denuncia spietatamente veritiera: “Vi è qui, una sperequazione evidentissima che il delitto sottolinea: loro hanno avvocati di altissimo grido, hanno una magistratura che guarda benevola, hanno sempre la libertà provvisoria; e hanno anche le smaccate evasioni fiscali di padri ricchissimi che erano e sono rimasti fascisti. I figli di queste canaglie possono ammazzare, spendere e spandere, assassinare per non annoiarsi… Temeteli, questi pariolini straricchi, che tutto possono, che tutto hanno”.
Quello stesso mese, proprio a Roma, fu organizzata la prima manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne.
Ma fu il processo, apertosi nel giugno 1976, a evidenziare l’importanza dell’azione organizzata nel contrastare entrambe le facce della violenza di genere: quella subita dalle vittime nei fatti e quella subita, in seguito, nelle aule dei tribunali. Donatella, assistita dall’avvocato Tina Lagostena Bassi, testimoniò con il supporto costante del movimento femminista e riuscì ad ottenere la condanna dei responsabili.

Un tortuoso percorso giudiziario

Uno dei libri incentrato sul “massacro del Circeo”

Le indagini per scoprire i colpevoli del “massacro del Circeo” portarono all’incriminazione di tre figli di agiate famiglie della borghesia romana: Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, quest’ultimo mai arrestato perché fuggito sotto falso nome in Spagna dove morì nel 1994.
La condanna fu quella attesa, grazie anche all’impegno dell’avv. Tina Lagostena Bassi: ergastolo senza attenuanti; in seguito la sentenza fu modificata in trent’anni di carcere per Gianni Guido sulla base di una dichiarazione di pentimento e del risarcimento accettato dalla famiglia di Rosaria Lopez; nel 2009 è stato rimesso definitivamente in libertà.
Angelo Izzo si è visto riconoscere la semilibertà nel 2004: l’anno successivo con un complice rapì e uccise altre due donne in provincia di Campobasso, delitto per il quale è stato condannato ad un nuovo ergastolo.

(G.B.)