L’illusione di poter andare al mare
Fac-Simile di una delle cinque schede per il voto dei referendum dell’8 e 9 giugno

Ci sarà tempo per analizzare i numeri, tutt’altro che banali, dei referendum abrogativi di domenica e lunedì scorso. Appare più urgente ragionare attorno a quel 30,5% di elettori recatisi alle urne, un dato che non sorprende, se messo in relazione con gli orientamenti espressi dalle forze politiche e dalle parti sociali in campagna elettorale e con i dati dell’affluenza alle urne degli ultimi anni.

È stato smentito chi, come noi, ipotizzava un’affluenza più alta dovuta all’incidenza del tema del lavoro sulla vita quotidiana dei cittadini, ben maggiore, per fare un esempio, di quella dell’elezione del Csm, oggetto di referendum nel 2022. Non solo: dai primi dati emerge che a recarsi alle urne, paradossalmente, sono stati in percentuale più alta i “garantiti” (pensionati, statali, impiegati) rispetto ai soggetti a più bassa protezione sul mercato del lavoro, come personale assunto con contratti diversi dal tempo pieno e indeterminato, lavoratori saltuari, occupati con bassa qualifica, disoccupati.

Foto SIR/Marco Calvarese

La tendenza è nota già da alcuni anni: a marcare l’assenza dai seggi elettorali sono in maggioranza le persone dei ceti sociali più fragili e bisognosi di tutele e di diritti, rispetto alle fasce più abbienti. Votano i ricchi e non i poveri, si potrebbe sintetizzare. È un sentimento di disillusione a guidare gli astensionisti: la politica non risolve i problemi e “tutti rubano alla stessa maniera” sono i modi in cui si esprime questa percezione, a cui si unisce la solitudine in una società individualista in cui corpi intermedi svuotati (partiti, sindacati, l’associazionismo, le parrocchie) non sono più in grado di ascoltare e orientare paure e speranze, attese e angosce.

E non è l’attivismo spontaneo e discontinuo a dare sostanza alla partecipazione democratica in modo nuovo: il comitato di quartiere, il gruppo social, la chat dei genitori della scuola nascono spesso su problemi contingenti e individuali; a dargli vita è una logica utilitarista ben distante dalla politica che, come scrissero Lorenzo Milani e i suoi alunni è, davanti ai problemi, il “sortirne insieme”.

Ma il bene comune non è più nelle priorità. La stanchezza per la democrazia è alimentata da complottismi e qualunquismi veicolati ad arte e sfocia nell’illusione che ci si possa salvare da soli, per cui è inutile votare. Lasciando libertà di influenza su parlamenti e governi al pensiero unico della tecnocrazia, ai magnati di fondi di investimento e ai boss plurimiliardari delle piattaforme digitali. Gli inviti ad andare al mare che negli ultimi trent’anni hanno accomunato a rotazione tutte le forze politiche e sociali sono benzina sul fuoco che consuma la democrazia. Quando ce ne accorgeremo forse sarà troppo tardi per tornare tutti a partecipare e prendere in mano le redini della nostra convivenza.

Davide Tondani