Un conclave crocevia degli orientamenti pastorali della Chiesa e degli assetti geopolitici mondiali

Un conclave che ha dimostrato quanto il papato sia considerato un’istituzione imprescindibile dell’assetto geopolitico globale e che, nello stesso tempo, determina un punto di non ritorno negli orientamenti pastorali della Chiesa. Sono questi gli elementi che hanno caratterizzato la veloce elezione di Francis Robert Prevost a Vescovo di Roma.
Sul piano internazionale il conclave del 7-8 maggio e la sua preparazione hanno confermato il crescente ruolo della Santa sede sullo scacchiere mondiale. Merito senz’altro della comunicazione globale che ha ampliato la leadership della guida di 1,4 miliardi di cattolici, ma soprattutto della crescente autorevolezza morale del papato, anche al di fuori dei fedeli: quella di una guida spirituale senza interessi territoriali, senza divisioni militari e per questo più credibile di fronte all’opinione pubblica mondiale.

Le cene di Macron con i cardinali francesi e le attenzioni di Trump verso il processo di elezione del successore di Pietro sono state la prova del fatto che per i grandi della Terra un papa non valeva un altro.
Non è un caso che i siti dell’ultradestra conservatrice americana hanno sfornato molteplici falsi, dal malore del cardinale Parolin, fino alla donazione della famiglia Trump per “tirare la volata” al cardinale Prevost, fatta trapelare appositamente per danneggiare il Prefetto della Congregazione per i Vescovi, inviso al presidente americano.
Del resto, gli ideologici dell’internazionale sovranista avevano bisogno di un papa non in continuità con Francesco, per 12 anni oggetto dei più feroci attacchi, ma capace di dare apporto spirituale al loro suprematismo, già giustificato dalla teologia della prosperità di alcuni telepredicatori evangelici accolti come profeti alla Casa Bianca.

Ma anche di qui dall’Atlantico, in un clima di esaltazione bellica, si cercava un Papa capace di vestire i panni del Kirill dell’Occidente e di benedire il riarmo e la guerra tra civiltà.
Un collegio cardinalizio ispirato e consapevole del ruolo che il Vescovo di Roma ricopre in un mondo sull’orlo del caos geopolitico, ha determinato con rapidità un risultato inviso allo stizzito Steve Bannon, l’ideologo dei sovranisti, e al movimento “make America great again”: la Chiesa cattolica – Leone XIV si è premurato di metterlo in chiaro immediatamente – continua il suo percorso di promozione della pace e di costruzione di ponti, e non muri, tra popoli, culture e religioni.
Sul piano ecclesiale l’elezione di Papa Prevost è stata una mirabile sintesi del desiderio della Chiesa di avere un pontefice missionario ma conoscitore delle dinamiche curiali, espressione della cultura occidentale ma con un terzo di vita spesa in una periferia del Sud globale, teologicamente solido e autenticamente popolare.

Una personalità diversa dal predecessore ma orientata a dare continuità, anche se con un impronta diversa, ai processi messi in moto da Francesco: una Chiesa sinodale, inclusiva, attenta ai problemi sociali e desiderosa di mettere da parte il clericalismo – una delle chiavi di lettura della frase “sparire perché rimanga Cristo” – per annunciare Gesù risorto ad un’umanità assetata di speranza e misericordia.
Un’elezione avvenuta probabilmente con un consenso ben superiore ai due terzi ha trasmesso il messaggio che indietro non si torna a quella parte del collegio cardinalizio che con ripetute interviste sul principale quotidiano italiano mirava a ad archiviare come una parentesi della storia i 12 anni di Francesco e a restaurare lo schema di una Chiesa dottrinalmente rigida, chiusa in difesa di valori immutabili.
Ai nostalgici di stili ecclesiali figli di un’altra epoca rimane la soddisfazione della mozzetta indossata da Leone XIV sulla Loggia delle benedizioni e il suo probabile ritorno nel Palazzo Apostolico.
Come se l’autorevolezza di un Papa fosse determinata dai paramenti che indossa o dal luogo torna a riposare la sera, e piuttosto che dalla sua capacità di testimoniare “Dio che ci ama tutti incondizionatamente”.
(Davide Tondani)



