Giovanni Paolo II,  un Papa tra  Novecento e il  nuovo millennio

Vent’anni fa moriva Papa Wojtyla. Un’esistenza attraverso i tragici totalitarismi del “secolo breve” e un pontificato che ha traghettato la Chiesa negli anni duemila. L’identità polacca, il respiro europeo la visione globale hanno dato forma ad un pontificato lungo e complesso

Sono passati 20 anni dalla morte di Giovanni Paolo II, Papa dal 16 ottobre 1978, spirato il 2 aprile 2005, una delle figure simbolo del Novecento e protagonista del secondo pontificato più lungo della storia della Chiesa.
A distanza di due decadi nel quale il mondo è profondamente cambiato appare difficile sintetizzare la complessa eredità di un ministero petrino durato 27 anni e contrassegnato dalla stesura di 12 encicliche, la proclamazione di 280 santi, 12 sinodi dei vescovi, 157 cardinali creati, 1.118.130 di chilometri percorsi in viaggi pastorali in Italia e nel mondo.
Con certezza si può dire che le direttrici del pontificato di Giovanni Paolo II, nato in Polonia nel 1920, primo Vescovo di Roma non italiano dopo 455 anni, originano dalla sua vicenda biografica: il futuro papa, che a 20 anni aveva già perso madre, padre e fratello, assistette dalla sua città di Wadowice, distante 30 km da Auschwitz, all’occupazione nazista della Polonia e, scampata la deportazione, iniziò in clandestinità gli studi in seminario; una volta ordinato, svolse tutta la sua missione pastorale (prete nel 1946, vescovo dal 1958) sotto il regime comunista.

Karol Wojtyla nel giorno della sua elezione a Papa, il 16 ottobre 1978

Fu questa vita tra le tragedie della guerra e dei totalitarismi fascisti e comunisti, letta con lo sguardo della fede, a plasmare il pensiero di una delle figure simbolo del “secolo breve”: Giovanni Paolo II, santo dal 2014, fu riconosciuto determinante nella caduta dei regimi comunisti dell’Europa orientale, al termine di una contrapposizione che non fu solo religiosa ma anche ideologica e nella quale il Papa rivestì un ruolo politico su scala mondiale.
Ma il Papa polacco è stato anche una figura che ha caratterizzato in modo ambivalente la Chiesa del post-Concilio: da un lato vivendo la propria missione in modo moderno, ridimensionando la dimensione sacrale del papato e gli sterili clericalismi di contorno, ricorrendo alle moderne tecniche di comunicazione, mostrando la sua corporeità, da sano, da ferito e infine da malato, al punto da essere definito un’icona pop dei giovani che convergevano alle giornate mondiali; dall’altro lato Papa Wojtyla, pur riconoscendo alcune istanze di rinnovamento emerse dal Concilio, chiuse risolutamente le porte alle sollecitazioni maggiormente riformatrici e, in un mondo sempre più secolarizzato, mirò a serrare i ranghi del cattolicesimo dando alla Chiesa un’identità priva di sfumature e fortemente connotato sul piano valoriale.

Papa Giovanni Paolo II nel 1991

Anche a costo di non poche lacerazioni: con il mondo della ricerca teologica, con il cattolicesimo più dialogante con la cultura laica e con quello che, come nell’America Latina incompresa da Roma, domandava, alla luce del Vangelo, giustizia sociale e libertà dall’oppressione dei regimi dittatoriali del “cortile di casa” statunitense in modo del tutto analogo a quanto reclamavano i lavoratori di Solidarność in Polonia.
Caduti i regimi comunisti in Europa, l’identità cristiana propugnata da Giovanni Paolo II dovette misurarsi con una società occidentale in profonda trasformazione. La secolarizzazione, il venir meno di comuni valori ideali e di principi etici e religiosi validi per tutti, sostituiti da un diffuso relativismo furono gli elementi di preoccupazione del Papa.
I valori della biopolitica – il diritto alla vita, il contrasto ad aborto ed eutanasia – furono il perno del magistero wojtyliano assieme ad una crescente critica verso le degenerazioni del sistema economico capitalista.
Il richiamo alle radici cristiane dell’Europa, divenuto più forte negli anni della riforma dei Trattati istitutivi della Ue, letto come un’ingerenza confessionale nell’Europa laica e illuminista, fu il tentativo inascoltato di dare un’anima e pensiero spirituale ad un continente privo, come è emerso in modo evidente negli ultimi anni, di una visione che non sia quella mercatista.

Il Papa con il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi (Foto Vatican Media/Ag.Siciliani/Sir)

Il patriottismo polacco di Giovanni Paolo II, il suo anticomunismo, il porre l’accento su valori identitari e tradizionali hanno contribuito in anni recenti a fare di Karol Wojtyla un’icona dei sovranisti.
Si tratta di strumentalizzazioni, funzionali anche alla delegittimazione di Papa Francesco, che omettono di intepretare il suo concetto di nazione va letto nel quadro della “famiglia delle nazioni”, della costruzione di un’Europa unita e contestualizzato nel quadro di un dialogo e una convivenza tra culture e religioni: Giovanni Paolo II fu il Papa che nel 1986 varcò le soglie di una sinagoga per definire gli ebrei, “fratelli maggiori nella fede” e che convocò per ben due volte i leader religiosi del mondo ad una preghiera universale per la pace, la seconda volta, nel 2002, dopo che lo scontro latente tra fondamentalismo islamico e occidente deflagrò a New York ed ebbe come risposta l’idea di scontro di civiltà propugnata dal neoconservatorismo americano.
Più che il ritratto di un sovranista, visto con gli occhi di oggi, quello di Giovanni Paolo II appare come il profilo di un Papa che ha interpretato la sua missione alla luce delle fede, nella complessità del tempo che ha vissuto.

(Davide Tondani)