Due secoli fa moriva Antonio Canova scultore di figure mitiche, nude e caste

Il grande maestro del Neoclassicismo moriva duecento anni fa a Venezia

Le Tre Grazie: opera scolpita in due versioni fra il 1812 e il 1817: la prima è a San Pietroburgo, l’altra a Londra al Victoria and Albert Museum

A due secoli dalla morte, il 13 ottobre 1822, si riaccende l’attenzione sullo scultore del movimento artistico del Neoclassicismo, grande la sua fama in tutta Europa; la lettura dell’opera di Antonio Canova ha portato nel succedersi delle analisi degli storici dell’arte a superare lo stereotipo di un artista di raffinata eleganza formale, ma freddo, di maniera. Invece le statue canoviane a ben contemplarle vibrano di calda sensibilità, di intensi ma dominati sentimenti.
La convivenza di “una naturalità spontanea, una semplicità essenziale di vita interiore, un’affettività immediata”, bene avvertita nei plastici bozzetti, con l’adesione ai canoni composti e misurati del gusto neoclassico è messa in luce da Carlo Ludovico Ragghianti, buon maestro di storia dell’arte all’Università di Pisa. Le passioni Canova le vive “come calore di fiamma lontana”, in analogo sentire e pensare col grande della poesia neoclassica Ugo Foscolo. Esperienze autentiche e sofferte Canova le trasmette in figurazioni leggere e sincere, avvolte nell’atmosfera del mito antico.

La casta nudità delle statue è indispensabile per fedeltà ai modelli e ai riti della tradizione classica greca, negli anni in cui Vincenzo Monti traduce l’Iliade. Antonio Canova, per suo stesso commento, “trasporta nella beata innocenza delle sue figure (Venere che incorona Adone, che abbraccia Adone, che si abbandona a Marte, la Venere di Monaco, quella che dà le sue sembianze a Paolina Borghese Bonaparte, il gruppo Le Grazie, la sensualità affinata e senza foga di Amore e Psiche, la virile potenza di Ercole, di Perseo) la capacità di innalzare l’animo alle contemplazioni delle cose divine, che per la loro spiritualità non possono essere percepite dai sensi e solo può indicarle l’eterna bellezza dell’arte”e le sculture finemente levigate in gradualità dei chiaroscuri.

Il Museo Gypsoteca nel paese natale

Per un emozionante viaggio alle origini del grande scultore neoclassico si deve salire a Possagno, piccolo centro della marca trevigiana, una cinquantina di chilometri a nord di Treviso, nello scenario delle prealpi venete tra il corso del Piave e il Monte Grappa. Il paese è dominato dalla bianca mole del Tempio Canoviano, progettato dall’artista stesso (che qui ha la sua tomba) come chiesa di Possagno, non lontano dalla sua casa natale. Questa è una costruzione settecentesca, in pietra, affiancata dal grande volume della Gypsotheca ottocentesca progettata dall’architetto Francesco Lazzari; qui il fratellastro di Canova, il vescovo Giovanni Battista Sartori, dal 1829 ha raccolto i modelli in gesso che il maestro conservava nel proprio studio di Roma. Un trasferimento “avventuroso” come erano i trasporti prima della rivoluzione industriale: il trasporto via terra da Roma a Civitavecchia, il viaggio via mare nelle acque di Tirreno, Ionio e Adriatico fino a Marghera dove i gessi furono caricati di nuovo su carri che, dopo giorni, arrivarono a Possagno. Una raccolta che oggi si può ammirare non solo nel grande salone completato nel 1836, ma anche nei sorprendenti e luminosi spazi dell’ampliamento progettato da Carlo Scarpa alla metà del Novecento. Nel frattempo nel 1917, durante la Prima Guerra Mondiale, alcuni gessi andarono distrutti e molti altri furono danneggiati per lo scoppio di una granata che colpì la Gypsotheca che venne avvolta dalle fiamme. La collezione, dopo un lungo restauro, fu riaperta ai visitatori nel 1922. (p. biss.)

 

Antonio Canova (Possagno 1° novembre 1757 – Venezia 13 ottobre 1822). Autoritratto (1792). Firenze, Galleria degli Uffizi

L’artista nacque a Possagno (Treviso) nel 1757 da una famiglia povera, che capisce il suo ingegno e lo manda a studiare a Venezia, poi a Roma dove nasceva la moderna archeologia con Winckelmann e era presente il neoclassico danese Bertel Thorwaldsen suo seguace e quasi in reciproca emulazione. Forti erano i legami con Carrara per il marmo, materia prima del loro scolpire, per la formazione di artisti del luogo nella neonata Accademia di Belle Arti, voluta da Maria Teresa Cybo Malaspina per promuovere le arti e il commercio che ne derivava. Le prime opere che lo affermano scultore importante sono i monumenti ai papi Clemente XIV in chiesa Santi Apostoli e a Clemente XIII in San Pietro a Roma.
Nel 1802 Napoleone vuole Canova a Parigi come suo statuario ufficiale, a Milano nel cortile del palazzo Brera è la copia in bronzo dell’originale in marmo che sta a Londra: l’imperatore è trasfigurato come Marte pacificatore. I ritratti di moderni sono anche di Pio VII, Domenico Cimarosa, di Letizia Ramolino Bonaparte madre e Maria Luisa d’Asburgo moglie di Napoleone in foggia l’una di matrona romana e l’altra di dea della Concordia (sta a Parma, Galleria Nazionale).
Monumenti funebri firmati Canova sono a Vittorio Alfieri, a Maria Cristina d’Austria a Vienna, il cenotafio degli Stuart, i bozzetti per il monumento a Tiziano; è la piramide figura dominante simbolo della morte: impressionante quella teoria di figure dolenti che, in una dimensione senza tempo, entrano nel vano cupo di una porta che introduce al grande mistero. Dopo il razionalismo degli illuministi, la nuova classicità ha placato la violenza delle passioni, che presto esploderanno nella cultura e civiltà romantica.

Maria Luisa Simoncelli

Share This Post