Aree interne: la Chiesa non abbandona i territori segnati  dallo spopolamento

Si è tenuto a Benevento il convegno della CEI sulle “Aree Interne”. Presente anche il vescovo diocesano fra’ Mario

Panorama dell’alta Val di Vara

“Le Aree interne, dove la vita non vuole morire, possono divenire un laboratorio d’idee, una risorsa viva, un tesoro straordinario per tutto il Paese: sta a noi, tutti insieme – pastori, comunità cristiana, società civile, politica -, far sì che tale auspicio diventi realtà”. Così nella dichiarazione finale si esprimono i vescovi partecipanti all’incontro dello scorso 30-31 agosto a Benevento, dedicato alle Aree interne, al quale ha partecipato anche il nostro vescovo Mario, assieme ad altri 30 presuli.
Il progetto, all’interno del quale si colloca questo convegno, iniziato nel 2019, e ripreso lo scorso anno, vede tra i principali promotori il vescovo della diocesi di Benevento, mons. Felice Accrocca e si propone di sollecitare una riflessione sui criteri da seguire per proporre una pastorale rinnovata per le Aree interne del Paese, cioè quelle zone d’Italia caratterizzate dallo drastica riduzione di popolazione.

Il vescovo diocesano, fra’ Mario (secondo da sinistra) al convegno sulle aree interne

Una realtà – ed un problema, quello dello spopolamento -, ben presente nella nostra realtà diocesana, vecchio ormai di decenni, anche se spesso si è preferito ignorarlo per non assumere decisioni difficili. Un problema che si intreccia con quello della diminuzione dei sacerdoti presenti sul territorio, anche se, ipotizzando che quest’ultimo non esistesse, riuscirebbe difficile immaginare un parroco stanziale assegnato a comunità di fatto inesistenti o ridotte a poche unità di fedeli. In tal senso, il pensiero va non solo ai territori della Lunigiana, ma anche ai paesi a monte dei centri di Massa e Carrara. I lavori sono stati introdotti dalla relazione di mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina, che ha messo in risalto alcuni punti per una progettazione pastorale che si metta a servizio dei territori perché la comunità cristiana ha sempre il compito di rendere una testimonianza pubblica e di animazione sociale, soprattutto per essere sé stessa e rispondere alla sua chiamata, ma poi perché ha a cuore la comunità umana in mezzo alla quale vive e svolge la sua missione.
Quattro sono questi “punti fermi” indicati da mons. Crociata: il carattere locale della Chiesa, rappresentato dalla struttura parrocchiale; il cambiamento profondo del rapporto della Chiesa con il territorio, dovuto alla mobilità e al digitale; l’inadeguatezza dell’impianto pastorale tridentino ancora di fatto operante nell’immaginario ecclesiale; il bisogno di una nuova visione di Chiesa: sacerdozio comune, ministeri istituiti, diaconato permanente, ministero ordinato. Il principio territoriale, ha sottolineato il vescovo, ha permesso di vedere esplicitato “il senso della prossimità della Chiesa alla condizione umana comune e cioè il fatto che essa non si stabilisce su una base di affinità, ma è aperta all’altro e al diverso, perché i fratelli e le sorelle non si scelgono, piuttosto si ricevono”. Di fronte ai cambiamenti in atto, il modello di parrocchia tridentino non può più reggere il confronto con le esigenze pastorali di oggi. Si deve passare ad una pastorale generativa, capace di creare nuovi cristiani partendo da zero.
Questi ed altri spunti di riflessione offerti da mons. Crociata molto bene si inseriscono nella condizione di tante nostre realtà parrocchiali più decentrate ed è ormai tempo che si passi dalla analisi e dalle parole ai fatti. Concetti ripresi dal vescovo Mario, che ha ricordato che “siamo qui come vescovi non per cercare delle ricette, ma per trovare risposte ad alcune domande che riguardano i nostri territori, dove si rischia lo spopolamento e l’abbandono, per ribadire l’impegno ad annunciare il Vangelo in mezzo alla gente”.
La portata sociale di questo convegno emerge con chiarezza dalla dichiarazione condivisa dai vescovi al termine dell’incontro. “Non ci rassegniamo – si legge nel documento – ad accompagnarle [le Aree interne, ndr] alla fine, in una sorta di accanimento terapeutico, ma vogliamo costituirci baluardo, forza per difenderle, dando vita a reti solidali capaci di attivare sinergie. Chiediamo alla politica interventi seri, concreti, intelligenti, ispirati da una progettualità prospettica, non viziata da angusti interessi o tornaconti elettorali… come comunità cristiana vogliamo crescere nella consapevolezza e nella partecipazione”.
“Noi c’impegniamo a restare: la Chiesa non vuole abbandonare questi territori… In tal senso c’impegniamo ad aiutare i nostri giovani che vogliono restare, cercando di offrire loro solidarietà concreta”. A livello più strettamente ecclesiale, poi, i vescovi riconoscono che “dobbiamo ripensare l’esercizio del ministero presbiterale e promuovere con decisione il sacerdozio comune di tutti i battezzati, una ministerialità diversificata e responsabile, la valorizzazione del diaconato permanente, le forze del laicato, quello femminile in particolar modo”.
Parole che echeggiano quelle pronunciate dal presidente Cei, card. Matteo Zuppi, che in una recente intervista ha chiesto di “rafforzare il senso di una comunità di destino e la passione per rendere il nostro Paese e il mondo migliori… Non possiamo costruire il futuro delle prossime generazioni avendo come unico orizzonte il presente… Si presenta, inevitabile, l’ora dei doveri e delle responsabilità… È un tempo nel quale dobbiamo ricostruire il senso di comunità, in cui, come ha ricordato il presidente Mattarella, occorre un ‘contributo costruttivo’ da parte di tutti”.

a.r.