Nuove regole per il reclutamento e la formazione dei docenti

Il parere di Pierpaolo Triani, professore di Pedagogia alla Università cattolica sul decreto legge relativo alla scuola secondaria approvato dal Consiglio dei ministri

Il prof. Pierpaolo Triani

Il Consiglio dei ministri ha approvato, nei giorni scorsi, il decreto legge che introduce ulteriori misure urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza; in particolare, il testo è stato integrato con norme che prevedono nuove regole per la formazione iniziale e continua e per il reclutamento dei docenti della scuola secondaria; percorsi certi per chi vuole insegnare; definizione più chiara degli obiettivi e delle modalità della formazione dei docenti durante tutto il loro percorso lavorativo; concorsi annuali per reclutare con costanza il personale, aprendo più rapidamente le porte ai giovani. Su queste novità del decreto legge, in attesa del passaggio in Parlamento, abbiamo chiesto un parere a Pierpaolo Triani, professore di Pedagogia all’Università cattolica.

Professore, la riforma quali obiettivi ha?
La norma riguarda il reclutamento, la formazione iniziale e la formazione continua dei docenti della scuola secondaria. Si tratta di questioni molto serie perché in questi anni nella scuola sono entrate non sempre persone che avevano una competenza didattica e disciplinare adeguata, anche se accanto a queste sono a lavoro persone di grande sensibilità pedagogica e di alta preparazione. La cura della qualità degli insegnanti credo che sia un dovere e che la norma che è stata presentata cerchi di rispondere a questo punto su cui tutti sono concordi.

Il decreto riguarda i docenti della scuola secondaria…
In effetti, la riforma considera insieme il primo e il secondo grado della secondaria. Questo è un aspetto che andrebbe chiarito perché i docenti della scuola secondaria di primo e di secondo grado hanno molti punti in comune, ma lavorano con età diverse e con scuole che hanno un’identità pedagogica diversa. Dunque, andrebbe approfondita la distinzione, la specificità del docente della scuola media rispetto al docente della scuola secondaria di secondo grado. Anche nell’applicazione della norma andrà precisata la distinzione tra il primo e il secondo grado, di cui non c’è traccia nella norma attuale.

La riforma affronta anche la questione del percorso abilitante…
I principi generali all’interno dei quali si muove la norma sono a mio avviso condivisibili, cioè un intreccio tra la pratica, legata agli aspetti di tirocinio, e la formazione universitaria, ma è difficile dire qualcosa di più preciso perché si accenna al tema dei 60 crediti, ma non si dice come saranno. Negli ultimi anni c’è stato molto dibattito se erano necessari 60 crediti oppure delle lauree magistrali specifiche, naturalmente ci sono dei pro e dei contro in tutti i modelli, ma ciò che va salvaguardato è una formazione di qualità, dove i contenuti di livello universitario e l’aspetto pratico siano strettamente collegati. Nella norma attuale non è chiaro come saranno questi 60 crediti. Il mio timore è che siano molto spostati sugli aspetti disciplinaristici e meno su quelli pedagogici generali e metodologici generali.

Viene previsto anche un concorso nazionale annuale…
Rispetto ai concorsi ogni anno, tutti siamo d’accordo che una regolarità dei concorsi possa portare a un innalzamento della qualità. Altrettanto importante è ribadire l’anno di prova purché sia realmente un elemento di selezione.

La formazione in servizio dei docenti diventa continua e strutturata.
Per quanto riguarda la formazione continua, bisogna trovare delle strade di incentivazione. Credo che la formazione continua sia una responsabilità importante che i docenti hanno, il fatto che possa essere incentivata è a mio parere interessante ma va studiata la maniera adeguata, altrimenti il rischio è che nasca semplicemente una corsa alla formazione che però ha altre finalità e non l’accrescimento professionale. Va studiato come trovare un equilibrio tra incentivazione economica e la responsabilità per la propria formazione.

I percorsi di formazione continua saranno definiti dalla Scuola di alta formazione che viene istituita con la riforma. Che ne pensa?
Dovrebbe essere precisato maggiormente il ruolo formativo che ha l’innovazione didattica e la partecipazione all’innovazione didattica nelle scuole: capisco l’importanza di un’Alta scuola che possa svolgere un ruolo di coordinamento, ma è molto importante che non sia pensata l’Alta scuola in termini di deduttivismo dall’alto al basso, ma come un servizio alla creatività e alla formazione delle singole scuole, cioè di non pensarlo come uno strumento verticistico, ma come uno strumento a servizio della sussidiarietà.

C’è qualcosa che, in generale, non la convince di questa riforma?
Credo che sarebbe importante, pur nella distinzione dei diversi ordini di scuola, avere anche una riflessione sul profilo complessivo del docente oggi e quindi non solo della scuola secondaria ma anche della primaria. Insomma, la norma non dice qual è l’idea di docente che si vuole portare avanti, qual è il profilo complessivo del docente. Ho l’impressione che prevalga ancora un’idea individualistica e disciplinaristica dei docenti e invece sarebbe importante integrare la visione disciplinaristica con un profilo che richiede anche competenze fortemente relazionali: non un docente che lavora da solo, ma che lavora assieme ad altri e collabora. Un punto critico della norma è anche quello di poter fare l’abilitazione insieme al corso di laurea, trovo che sia dispersivo per la serietà di un processo formativo.

Gigliola Alfaro

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