Il Natale di Ungaretti
Giuseppe Ungaretti (1888 – 1970)

Una breve licenza permette una pausa dal furore della guerra; il poeta Giuseppe Ungaretti era partito volontario e arruolato come soldato semplice di fanteria, ha una così grande stanchezza interiore che ora supplica di lasciarlo nel rifugio silenzioso e buono delle cose abbandonate. Aveva propagandato l’intervento in guerra dell’Italia, ma quando da argomento nei comizi e sui giornali la guerra è realtà vissuta dal vero in trincea, il poeta vive il tragico suo disinganno: l’oratoria irredentista non regge alla prova della realtà della condizione del soldato, precaria come quella di una foglia sugli alberi in autunno: basta un lievissimo refolo di vento per farla cadere. 

Non ascolta il richiamo a gettarsi nel frastuono della città che anche in un Natale di guerra fa festa, raduna le persone, in particolar modo nella canora cordiale Napoli. Invoca solitudine che dà pace davanti al “ciocco” natalizio che arde nel focolare e disegna capriole di fumo; ma non è assenza dalla realtà, il poeta non diserta dall’impegno di ritrovare se stesso con coscienza del legame che lo lega agli altri, scopre la bellezza dell’amore all’uomo, chiama fratelli i nemici, prova L’allegria” di naufragi, il titolo della prima raccolta con l’ossimoro di unire il tragico del naufragio con l’allegria dei salvati.
 

Natale

Napoli, 26 dicembre 1916
 
Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade
Ho tanta / stanchezza / sulle spalle
Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata
Qui / non si sente / altro che il caldo buono /
Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare.
Dalla raccolta “Allegria di naufraghi”
 
Natale ha versi brevissimi e senza rima, una rivoluzione rispetto all’esperienza metrica precedente. Ungaretti scompone il verso per mettere in evidenza l’importanza della parola. Di fronte alla cecità delle cose, nel caos e nella morte non potevano più avere posto parole estetizzanti, magniloquenti, ma solo poche parole fulminee, emerse dal silenzio meditativo, capaci di entrare “nell’essenza cosmica delle cose” rinnovate nella loro dimensione semantica, scavate dentro la vita del poeta come un abisso. 
Questa poesia ha ridotto davvero all’essenziale la figura retorica della similitudine, ridotta da due membri distesi in più endecasillabi a una sola parola: “gomitolo”, che fa intuire il groviglio dei vicoli napoletani che sono “come” un gomitolo di filo; pure “capriole” mette in relazione analogica le giravolte del fumo del ciocco col volteggiare della danza.                
(m.l.s.)