A Sarzana nel 1921 il coraggio di dire no alla violenza delle squadre fasciste

Il 21 luglio di cento anni fa venne respinta la spedizione punitiva; tra gli squadristi anche Amerigo Dumini, l’assassino di Giacomo Matteotti

La lapide collocata a Sarzana nell’estate 1945 in ricordo dei Fatti del 1921

Il 21 luglio 1921 carabinieri, forze dell’esercito e i cittadini respinsero una spedizione fascista. Un episodio normale ma che, dati quei tempi, rimase unico ed è passato alla storia come I fatti di Sarzana. Questa la cronaca di alcune azioni di squadrismo fascista in Lunigiana nel giugno-luglio 1921.
Le violenze sono aumentate perché i fascisti ben organizzati a Massa e Carrara sanno di avere conniventi tra le forze di polizia, esercito, magistratura e stampa borghese; il questore di Massa perchè contrario allo squadrismo fu sostituito. Le violenze colpiscono Sarzana già il 12 e 13 giugno, unica città “rossa” in Lunigiana (insieme a Pontremoli, assalita il 15 giugno, che aveva avuto dieci anni di sindaco socialista Pietro Bologna), ritenuta dal prefetto di Genova – ancora non c’era la provincia della Spezia – “pericoloso covo di sovversivi”.
Una precaria tregua c’è dopo l’invio a Roma di una delegazione al governo Bonomi che si impegnò a rafforzare la vigilanza. Le spedizioni però si moltiplicano, a Sarzana i fascisti sono guidati da Renato Ricci e dal fratello Umberto, muore un passante, a Portovenere è ucciso il comunista Giacomo Bastreni, il 15 luglio a Monzone i fascisti impediscono il comizio dell’anarchico Romiti e del comunista Del Ranco. Uccidono Dino Rossi e Rino Garfagnini, saccheggiano, ad Aulla bastonano, a S Stefano uccidono i contadini Luigi Del Vecchio e Edoardo Vanni.

La reazione in Italia ai “fatti di Sarzana”.
Perché rimase un episodio unico?

Le istituzioni e la stampa (Tirreno, Corriere della sera) diedero colpa ai sovversivi e l’intervento fascista a Sarzana sarebbe stato di pacificazione. Mussolini, che voleva affiancare la lotta parlamentare al “partito milizia” squadrista, temendo la reazione dell’opinione pubblica, condannò gli estremisti e tentò di pacificare fascisti e socialisti (sua originaria militanza) ma non c’era il clima politico. La resistenza antifascista a Sarzana non ebbe seguito (forse fu seme della futura Resistenza partigiana) per cause storiche oggettive: crollo dello Stato liberale che si fa complice e sollecita l’esercito a collaborare coi fascisti per paura di estensione della rivoluzione bolscevica: l’opposizione di carabinieri e soldati a Sarzana rimane un’eccezione; precarietà economica; classe operaia, socialismo e sindacato indeboliti e divisi nel tentativo di fare una vera rivoluzione sociale. Compito dell’analisi storica è anche vedere come i fatti sono vissuti dai protagonisti.
L’Italia dopo la guerra mondiale subisce una cesura profonda nella cultura politica, che riguarda anche l’Europa, e immette la violenza nella lotta politica, è l’anello debole che anticipa gli altri fascismi, è ancora molto analfabeta, ha debole tradizione e cultura democratica. “Il nostro paese – si legge nel “catechismo” dello squadrismo – deposte le armi, si è trovato fermo, di botto – esitante e torbido – e ancora ansioso verso tutto ciò che non era stato raggiunto”. Il fascismo ebbe in se stesso la ragioni del suo successo, ebbe la pretesa di interpretare l’euforia rivoluzionaria che irride alle istituzioni parlamentari sulle gambe di una nuova generazione inquieta ma “pronta inattesa e vergine” .
Un catechismo dall’apparenza antiborghese e anticapitalista che invece copriva una politica esclusivamente volta a colpire il movimento operaio eliminando fisicamente l’opposizione popolare, tra protezioni pubbliche e l’appoggio sempre più consistente delle classi dirigenti. Quel che avvenne a Sarzana cento anni fa è importante perché vede il pericolo e agisce, “ma non c’erano più le condizioni: in Italia era già cresciuto un cancro che veniva da una massa di gente nuova che vuol prendere il potere” (Emilio Gentile, storico).

m.l.s.

La popolazione comincia a reagire, presso Sarzana gli Arditi del popolo pattugliano, ma i fascisti arrivano in treno, uccidono Rinaldo Spadaccini, invece il suo compagno di pesca si salva e avvisa contadini e arditi che contrastano i fascisti, ne vengono arrestati dieci tra cui Renato Ricci. Subito si mobilitano le camicie nere spezzine e toscane, dopo aver trovato morto Venanzio Dell’Amico nazionalista, vogliono “ristabilire l’onore” di fronte a una delle poche occasioni in cui furono battute. Il 18 luglio il prefetto di Genova per evitare altri assalti, invia cento soldati, ma i raid fascisti non si arrestano; il vicequestore di Massa ordina alla forza pubblica di non opporsi. Il 20 luglio squadristi si radunano presso Ameglia.
A Sarzana c’è allarme, gli arditi si muovono contro gli assalitori, la loro resistenza si fa anche violenta con rivolta spontanea del popolo. Il 21luglio all’alba arrivano a Sarzana 500 squadristi con a capo Amerigo Dumini (sarà l’assassino di Matteotti) e Umberto Banchelli, vogliono arrivare a Firmafede la fortezza carcere e liberare i fascisti arrestati. Carabinieri e militari comandati dal capitano Jurgens fronteggiano i fascisti, è una giornata di scontri, muoiono 14 fascisti e il soldato Paolo Diana e alcuni civili. Per intervento del procuratore di Massa filofascista Ricci è liberato, i fascisti si ritirano, non furono identificati né armati e appena fuori Sarzana uccidono un casellante, la gente reagisce e scappa morto il fascista Pietro Gattini.

Maria Luisa Simoncelli

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