La forza morale di Taliercio e la banalità del male brigatista

A 40 anni dal suo assassinio commemorata a Carrara la morte tragica

La presentazione ad Avenza del libro di Pierluigi Vito “I prigionieri”

Sentivo la necessità di mettere su pagina lo scontro di umanità tra giovani, la cui età andava da 20 a 35 anni e Giuseppe Taliercio: è con queste parole che Pierluigi Vito ha presentato sabato scorso a Carrara il suo romanzo I prigionieri sul sequestro del dirigente del Petrolchimico, nel quarantennale del suo omicidio, avvenuto il 5 luglio 1981.
Un pubblico numeroso, probabilmente incuriosito dalla riscoperta di una figura quasi dimenticata degli Anni di Piombo, che deve a Carrara i suoi natali, i suoi studi liceali, la sua formazione cristiana, ha assistito sabato 3 luglio ad un dibattito in cui i sentimenti e l’analisi storica si sono più volte intrecciate. All’interno di una due giorni di commemorazione promossa dall’Azione Cattolica diocesana con il patrocinio del Comune di Carrara, l’autore ha discusso del suo libro all’ombra della Torre di Castruccio ad Avenza, intervistato dallo scrittore Giampaolo Simi e dialogando con il giuslavorista Pietro Ichino.
Lo scontro di umanità che Vito ha voluto evidenziare è il filo conduttore di tutto il romanzo, in cui sia dei carcerieri, sia del carcerato vengono ricostruiti i travagli interiori, i dubbi, le fragilità. Come già per altre opere sul terrorismo, il lavoro di Vito potrebbe essere scambiato per una riabilitazione postuma dei brigatisti. Al contrario, il romanzo mostra i terroristi ostaggio dell’ideologia, intrappolati in un percorso politico ed ideologico che espropria la libertà e amplifica ogni debolezza.

La lapide che ricorda Taliercio a Marina di Carrara

Per questo il titolo non è declinato al plurale: “I prigionieri” e non – come era naturale attendersi – “Il prigioniero”. “Quei giovani – ha affermato Vito – scelsero, per usare le parole di Hannah Arendt, la banalità del male, senza esserne pienamente consapevoli: come ricostruisco nelle pagine del libro, bastava rispondere all’appuntamento sbagliato, per entrare nella lotta armata”. Parole confermate da Pietro Ichino, testimone diretto di quegli anni: “Anch’io feci parte del movimento di contestazione del ’68; i sentimenti di rabbia e le aspirazioni rivoluzionarie e violente appartenevano ad un largo strato del movimento, anche se solo alcuni confluirono nella lotta armata, e chi non vi aderì, in molti casi fu per ragioni fortuite e non per una vera e propria scelta”.
La disumanità, alla fine, prevarrà sull’umanità e Taliercio verrà assassinato alla fine di un percorso travagliatissimo. Da un lato le Brigate Rosse, alle prese con la decapitazione dei loro vertici politici – Mario Moretti, mente delle BR e ideatore del sequestro, fu arrestato un mese prima – e con i dissidi interni che ne seguirono. Dall’altra parte lo Stato, la Montedison, i famigliari del sequestrato, dai quali i terroristi non ebbero alcun riscontro.
Poteva sembrare una prosecuzione della linea della fermezza, su cui Ichino si è soffermato a lungo, anche in chiave personale, essendo stato a lungo nel mirino del terrorismo di sinistra, in realtà furono i terroristi a non essere in grado di fare alcuna proposta di trattativa: anche perché dal “processo proletario” non uscì nulla di rilevante. Sia perché, come ha spiegato Ichino, Taliercio non era detentore di alcun segreto né responsabile oggettivo di alcuna scelta colpevole nella direzione del Petrolchimico: “Alle BR non interessava l’uomo Taliercio, ma ciò che rappresentava: il capo della fabbrica multinazionale che inquinava e licenziava. Il rapimento sarebbe avvenuto anche se ci fossimo trovati davanti a un’impresa virtuosa e attenta al sociale”.
Ma anche perché la profondità umana di Taliercio mise in scacco i carcerieri: lo dirà, dopo la condanna, il suo uccisore Antonio Savasta (“era lui che tentava di spiegarci quale era il senso della vita ed io non capivo da dove prendesse la forza per sentirsi così sereno”), ma lo spiega anche il romanzo, che Vito ha scritto al termine di un lavoro di ricerca storica (intervistando anche i brigatisti Savasta e Francescutti) e di ricostruzione biografica e familiare assieme ai figli dell’ingegnere.
È illuminante, in questo senso, il dialogo tra un operaio del Petrolchimico e un brigatista, nel quale il primo ricostruisce l’etica e la profondità umana di un manager che non solo presiede la Conferenza di San Vincenzo dello stabilimento, ma che con uno stipendio più da buon impiegato che da supermanager conduce una vita estremamente sobria assieme ai cinque figli e alla moglie Gabriella.
Proprio quest’ultima figura è stata per l’autore la chiave di volta per conoscere a fondo Giuseppe Taliercio: “I figli mi hanno messo a disposizione la corrispondenza da fidanzati di Giuseppe e Gabriella. Da lì ho capito in pieno chi era Taliercio e perché durante il sequestro non scrisse mai alla famiglia. Non è vero che gli fu impedito di scrivere: sappiamo dai carcerieri che Taliercio scriveva molto ma poi strappava tutti i fogli perché il suo pudore e la sua riservatezza gli impedivano di scrivere i propri sentimenti, sapendo che sarebbero stati letti da persone esterne alla sua famiglia”.

(Davide Tondani)

Condividi