Un impegno civile e sociale espresso in alcune delle sue composizioni più note, da “Povera patria” a “Radio Varsavia”

Chissà che effetto avrà fatto, da lassù, a Franco Battiato vedere tutto questo affannarsi di dichiarazioni da parte di vari politici al suo capezzale, per omaggiare il geniale compositore siciliano all’indomani della sua scomparsa. Certo che, a differenza di tanti suoi colleghi coevi, l’impegno politico aveva solo sfiorato il cantante, da sempre schivo a issare bandiere. Ma questo non gli ha certo impedito di manifestare il suo pensiero, in maniera libera, capace di ironia e di arguzia. Provocatore, sperimentatore di stili, ha combinato tra loro generi musicali creando un linguaggio che lo ha reso unico.
Alcuni dei suoi brani sono entrati ormai nella storia del costume come quelli racchiusi nell’album capolavoro “La voce del padrone”, primo tra tutti il celeberrimo “Centro di gravità permanente”, e poi ancora “Voglio vederti danzare”, “Bandiera bianca”, “La cura”. Franco Battiato è stato un indiscusso genio, che con la sua impronta ha permesso alla musica italiana d’autore di raggiungere nuove vette: superando, da un lato, la stagione cantautorale e dall’altro le melodie sanremesi sdolcinate, offrendo uno strano ed equilibrato mix di musica classica, di elettronica e di pop. Uno sperimentalismo costruito su melodie immediate e canticchiabili, ma anche con una continua ricerca e innovazione del suono.
Ed analizzando i brani più impegnati, è impossibile non citare praticamente tutto il testo di “Povera patria”, del 1991. (“Schiacciata dagli abusi del potere / Di gente infame, che non sa cos’è il pudore / Si credono potenti e gli va bene quello che fanno / E tutto gli appartiene”). La canzone è un brano profetico che divenne simbolo di quel momento storico critico per l’Italia. Infatti l’anno successivo, nel 1992, il paese fu travolto dallo scandalo delle tangenti dell’inchiesta “mani pulite”. Il brano diventò quindi il racconto di un paese sull’orlo del collasso morale: il testo del cantautore funse da denuncia sociale, ma anche da cassa di risonanza del forte disinteresse (disprezzo?) provato dai cittadini nei confronti della classe politica. Nel pezzo, il maestro siciliano riesce a far convivere critica spietata e speranza: da un lato ci sono i “governanti perfetti e inutili buffoni” che fanno affondare “nel fango lo stivale dei maiale” con l’attesa che tutto questa “cambierà. Si può sperare che il mondi torni a quote più normali”.
Alla continua ricerca di quel “cinghiale bianco”, metafora per spiegare il proprio rifiuto alle contraddizione di un mondo moderno che sembra aver perso ogni punto di riferimento, in particolare dal punto di vista spirituale.



