Un Primo Maggio afflitto dai segni di crisi: il lavoro torni ad essere un diritto

La festa dei lavoratori – il Primo Maggio – viene celebrata ogni anno in molti Paesi del mondo per ricordare le lotte per i diritti dei lavoratori, originariamente nate per la riduzione della giornata lavorativa. In Italia le otto ore lavorative furono stabilite solo con un Regio decreto legge del 1923. Da allora ne è davvero passata di acqua sotto i ponti, che ha portato trasformazioni epocali.
Non ci può essere Repubblica senza lavoro, secondo la Costituzione, in quanto esso è condizione di libertà, di dignità, di autonomia consentendo di vivere il presente e di costruire il futuro e rendendo più coesa la comunità. Eppure il lavoro, a cui la pandemia ha dato una mazzata formidabile, da diritto si è trasformato, per sempre più persone, in utopia. Milioni di lavoratori “fortunati” in cassa integrazione, troppi senza impiego, con le famiglie in gravi difficoltà economiche. Il malessere è diffuso e non si sa dove può finire. Nessuno avrebbe immaginato, un anno fa – quando tanti cantavano dai balconi e appendevano striscioni “andrà tutto bene” – che, a breve, i problemi avrebbero potuto dividere le persone, facendo crescere le tensioni in quanto l’ombra della crisi economica rischia di superare quella del contagio.
“Ripartire senza dimenticare l’angoscia degli ultimi mesi, asseriva il presidente Sergio Mattarella nel discorso del Primo Maggio 2020. Tutti gli sforzi vanno finalizzati alla ripresa onde affrontare ritardi antichi come quelli relativi al lavoro dei giovani e delle donne, facendo emergere la giustizia contro lo sfruttamento del lavoro nero, le morti bianche, la precarietà, il sostegno equo alle famiglie, a quanti sono rimasti senza reddito”.
Lo scenario è cambiato in peggio.
La mancanza di sicurezza, legata alla mancanza di lavoro, innesca la paura di non riuscire a rialzarsi. Le risposte tardano ad arrivare, mentre il tempo scorre inesorabile rubando il presente e minando il futuro. I virologi e gli scienziati possono permettersi di invitare alla prudenza e alla sopportazione, la politica no. Questa dovrebbe agire in fretta con indicazioni chiare, programmi e contenuti ad hoc con una buona dose di equilibrio, competenza, rispetto e servizio per la “polis”, quindi per i cittadini onde riprogettare filiere produttive e distributive.
Vorremmo un Primo Maggio meno sonante di slogan e di promesse che appaiono difficili da mantenere; maggiormente segnato da un concreto scatto di resipiscenza da parte di chi amministra la cosa pubblica. Solo così il tricolore può realmente sventolare in segno di “festa dei lavoratori”. Certo il primo posto spetta alla salute, ma l’assenza di lavoro né la mantiene, né la supporta. C’è materia per riflettere seriamente.

Ivana Fornesi

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