Tomaso Kemeny, “un’aquila che a volo alto guarda la sua vita”

Incontro (a distanza) con il poeta ungherese frequentatore del Golfo dei Poeti

44KemenyIl celebre poeta ungherese Tomaso Kemeny è un frequentatore del Golfo dei Poeti, perché, da buon anglista, ha scritto anche su Shelley e Byron. Più volte è stato invitato a Lerici dal grecista Angelo Tonelli a manifestazioni di alto valore letterario come “Argonauti nel Golfo degli Dei” e “MythosLogos”, rassegna sulla Sapienza, la filosofia, l’arte e la cultura dell’antichità greco-romana. è noto per essere stato tra i fondatori del movimento internazionale mitomodernista (1994), della Casa della poesia di Milano (2006) e del movimento “Poetry and Discovery” (2016).
Professore cattedratico presso l’Università di Pavia, ha pubblicato undici libri di poesia e libri di poetica come “Dialogo sulla poesia” (con Fulvio Papi, 1997) e “L’arte di non morire” (2000). Giovedì 5 novembre, a partire dalle 19.30, ha dialogato in diretta con lo scrittore Roberto Barbolini raccontando le affascinanti storie che arricchiscono il suo ultimo libro dal titolo “Per il lobo d’oro” (Effigie). Causa pandemia l’incontro, che era stato programmato nel capoluogo lombardo, è stato trasmesso sul canale you tube della Casa della Poesia di Milano ed è stato coordinato da Amos Mattio.
Come ha sottolineato Barbolini: “Kemeny in questo libro sembra un’aquila, una poiana sciamanica che a volo alto guarda la sua vita con partecipazione profonda e struggente.” Il lettore si trova davanti ad uno “spaccato straordinario del nostro Novecento colto dallo sguardo di un poeta multietnico ed apolide”. Nel titolo del volume c’è, tra l’ altro, il richiamo all’enorme lobo dell’orecchio di un “libraio esemplare” incontrato sul suo cammino, oramai scomparso (Michele Morale) che gestiva un negozio a Milano e amabilmente diffondeva cultura.
L’opera copre quarant’anni del Novecento, dal 1938, anno di nascita dell’autore, a Budapest, fino al 1978 a Milano. Il filo rosso della trama inizia dalla morte del padre sul fronte russo. Nel 1947 Kemeny viene adottato dal patrigno e nel 1948 la famiglia fugge dall’Ungheria per non venire deportata. L’avventura esistenziale vede l’autore divenire pugile, peso medio negli Stati uniti sul ring di Chicago.
Seguono l’incontro con André Breton e i surrealisti nella Parigi degli anni Cinquanta e le esperienze d’avanguardia nella Milano degli anni Settanta. Ci sono poi tutto l’amore per la poesia, le esperienze legate all’avventura della traduzione, il movimentismo, il mitomodernismo, le mille lotte e i labirinti di libertà percorsi e costruiti da un intellettuale del nostro tempo. Il poeta afferma: “Questo libro può sembrare un romanzo ma in realtà è il flusso della mia memoria, la coscienza, la mnemòsine. Quindi è sia surreale che mitomodernista”.
Kemeny in conclusione, dando una lezione di vita, afferma: “Per vivere nell’utopia bisogna essere ottimisti. Altrimenti nel mondo di oggi se uno è realista non può che piangere. Invece io credo nella poesia come una specie di magia che dà delle scintille per le generazioni che verranno per poter dire che non tutto è morto!”

Marco Angella

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