Giuseppe Ungaretti innovatore della forma poetica

Cinquant’anni fa, il 21 maggio 1970, moriva una figura centrale della poesia del Novecento 

Giuseppe Ungaretti (1888 - 1970)
Giuseppe Ungaretti (1888 – 1970)

Da Valdottavo piccolo borgo della Garfagnana la famiglia emigrò per lavorare nel cantiere per il taglio dell’istmo di Suez; ad Alessandria d’Egitto nacque nel 1888 Giuseppe Ungaretti, nel delta del Nilo che lo vede crescere e ardere d’inconsapevolezza, la vocazione alla poesia lo porta a Parigi città all’avanguardia dove si “rimescola e si conosce”.
Volontario va alla guerra e sulle trincee nasce la sua poesia originalissima pur nel solco della tradizione francese più che italiana dei simbolisti e dell’amico Apollinaire. Poche parole che dicono tutto è la sua sintassi lirica, che arriva alla creazione di versi brevi, essenziali e intensi. All’amico spezzino Ettore Serra, suo mecenate che gli pubblica a Udine Il porto sepolto, la prima raccolta, dice che poesia è il mondo, l’umanità, la propria vita fioriti dalla parola, la limpida meraviglia di un delirante fermento. Ungaretti trova nel silenzio e nella capacità di stupirsi la parola poetica che è folgorazione, dà luce d’immensità e placa il fermento inquietante della realtà. è recupero della parola essenziale, della lirica pura dopo l’orgia retorica di D’Annunzio. Anche Ungaretti era stato preso dal tripudio nazionalistico e irredentista, “uomo di pena” va volontario alla guerra, esperienza che mette a nudo l’uomo di fronte ai limiti della condizione umana: vita, morte, orrore e speranza, senso di precarietà (Soldati. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie), disperato amore alla vita.
Nel generale naufragio della guerra Ungaretti per contrasto fonda valori forti, solidarietà e amore per l’uomo, aspirazione alla trascendenza, invocazione a Dio, matura consapevolezza di sé e della condizione umana: mi sono riconosciuto una docile fibra dell’universo, immerso come una reliquia in un’urna d’acqua dei suoi fiumi (Serchio, Nilo, Senna, Isonzo, poi aggiungerà il Tevere) ripassa epoche della vita, le fa presenti e determinate (questo è il Serchio…) pronunciando parole scarnificate, rarefatte che emergono dal silenzio della pagina bianca.

L’amico Ettore Serra,
poeta spezzino e suo primo editore

Ettore Serra (1890 - 1980)
Ettore Serra (1890 – 1980)

Ungaretti “poeta puro” ha letto e studiato tanti altri poeti con ampiezza di interessi e di orizzonti straordinari. Un Meridiano Mondadori di 1097 pagine raccoglie suoi Saggi e Interventi; sono scritti letterari, conferenze, saggi su autori classici e contemporanei, riflessioni di Poetica e di cultura generale. Rilievo speciale hanno i saggi su Gongora, Cervantes, Leopardi; una grande e difficile avventura della sua vita letteraria fu la traduzione dei Sonetti di Shakespeare.
Un breve saggio parla del suo primo incontro con Ettore Serra e della stampa del primo piccolo volume di poesie del Porto sepolto, uscito in 80 copie a Udine nel 1916 e poi incorporato in Allegria di naufragi.
Ungaretti ebbe rapporti con La Spezia nati dall’amicizia col poeta Ettore Serra (La Spezia 1890 – Roma 1980): da due anni “andavo facendo giorno per giorno il mio esame di coscienza” su foglietti, cartoline, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute “ficcandoli poi alla rinfusa nel tascapane, portandoli a vivere con me nel fango della trincea”. Nessuna intenzione di pubblicarli, nel grande sacrificio della guerra sarebbe sembrato un gesto offensivo, una profanazione farsi notare come poeta.
Una mattina fu avvicinato da un tenentino al quale confidò il suo nome e gli raccontò che non aveva altro ristoro che ritrovarsi in qualche parola per progredire umanamente. Ettore Serra era il tenentino, quando seppe con chi aveva scambiato parole diventò timido, aveva letto di Ungaretti sulla rivista Lacerba di tenore futurista, prese con sé il tascapane, diede ordine ai “rimasugli di carta”, poco dopo portò le bozze del Porto Sepolto.
Nella poesia Commiato, rivolgendosi al “gentile Ettore Serra”, Ungaretti dice che la poesia è un atto purificatore “di un delirante fermento”. Nel 1923, in occasione della nascita della provincia della Spezia, Serra curò una nuova edizione di poesie di Ungaretti che ebbe prefazione distratta e banale di Mussolini, il poeta lo aveva conosciuto subito dopo la guerra in quanto corrispondente da Parigi per “Il popolo d’Italia”.
Non rinnegò la prefazione che fu molto chiacchierata quando “tutti erano diventati antifascisti”, di sicuro ebbe rapporti inconsistenti col fascismo, non ne ebbe vantaggi, rimase povero e ben consapevole che ci vuole umiltà per essere pronti alla tolleranza e alla misericordia. Acquistò fama come traduttore dell’Odissea per una trasmissione tv, con ritmo ansante ne leggeva alcuni esametri a inizio delle puntate: indimenticabile la sua “buona e cara immagine paterna”.

(m.l.s.)

22Ungaretti1Poesia autobiografica, diaristica con data e luogo della scrittura quella della prima bellissima raccolta Allegria di naufragi, considerata da quasi tutti i critici il capolavoro, ma l’ossimoro del titolo esprime che per tutti il male del naufragio sta associato alla grazia, alla gioia. L’operazione letteraria di Ungaretti è fortemente consapevole e colta, interagisce con l’esperienza lirica precedente, anche della classicità, ma approda a nuovissime forme evocative, analogiche, supera complicazioni descrittive e dissolve le unità metriche in “versicoli” fatti anche di una sola breve parola.
Nel passaggio alla seconda raccolta Sentimento del tempo c’è uno spontaneo risorgere di misure della più alta tradizione lirica italiana, quella di Petrarca e Leopardi che si spiega con la mutata situazione di Ungaretti riguardo al mondo, in lui si scatenano passioni, tentazioni, illusioni con conseguente complicazione della sintassi.
Nella raccolta Il dolore si passa a una terza fase nuova e unitaria; troviamo il ricordo della vita spezzata del piccolo figlio Antonietto negli anni in cui il poeta insegnò all’Università di San Paolo del Brasile, ma c’è anche il dolore della guerra esterna e civile in Italia, dove nel 1942 rientrò per dovere di condividere con gli altri il dramma (Non gridate più. Cessate di uccidere i morti) e passa ad insegnare letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma. Ancora le raccolte La terra promessa sul tema del nulla suggerito da Gongora il grande lirico barocco spagnolo, Un grido e paesaggi, Il taccuino del vecchio, completano le creazioni; tutte le opere sono raccolte sotto il titolo Vita di un uomo, quello che si è spento a Milano il 21 maggio 1970, figura centrale della poesia del Novecento.

Maria Luisa Simoncelli

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