Nonostante l’abbandono, le malattie e i parassiti la castagna resta una risorsa importante
Se, come abbiamo titolato qualche settimana fa, il fungo è il re del bosco senza alcun dubbio la castagna è la regina. Un frutto che, per secoli, ha rappresentato una delle poche forme di sostentamento della gente dell’Appennino che nei periodi di crisi – tanti ricordano ancora gli anni della seconda guerra mondiale e quelli successivi – si è aggrappata ad essa per non morire di fame.
Anche in Lunigiana l’emigrazione, il trasferimento della popolazione dai paesi al fondovalle e il progressivo abbandono del bosco ha avviato quel degrado che ciascuno di noi può verificare con i propri occhi.
E poi il sempre più estensivo sfruttamento del castagnato da frutto – piantato, innestato e curato per secoli e secoli – per farne legna da ardere ci ha lasciato in eredità un paesaggio dove il bosco ceduo è preponderante e dove la robinia (l’acacia) ha invaso porzioni sempre più ampie di bosco. Un abbandono che ha favorito l’insorgere e il proliferare delle malattie del castagno, un tempo tenute a bada da una attenzione quotidiana. E poi l’arrivo del Cinipide galligeno, un parassita che non sarà più possibile eradicare e con il quale si dovrà convivere sperando che si crei il difficile equilibrio tra questo e il suo antagonista, il Torymus sinensis, introdotto con risultati incoraggianti alcuni anni fa.
Ma c’è anche chi non si arrende: un numero crescente di imprenditori agricoli ha mantenuto in produzione castagneti da frutto e provveduto al recupero di ampie superfici: il frutto e, soprattutto, la farina dop sono una realtà importante per l’economia e, di conseguenza, per l’ambiente del nostro territorio. (p. biss.)
La castagna cantata dai poeti
Giovanni Pascoli compose in latino il poemetto georgico “Castanea”, in 128 versi esametri racconta di padella dove arrostire le castagne “saltanti” dopo aver fatto un “piccolo taglio” altrimenti per l’aria che bolle dentro scoppieranno, poi fare fuoco.
Rallegra tutta la casa “l’odor di bruciate”, le castagne sono le benedette compagne dell’inverno, la messe della montagna, i biscotti dei bevitori, le chicche delle case povere, il pane della fretta, raccolte nei boschi da ragazzi e bionde ragazze con scambio di canti. Nei metati si dà fuoco ai ciocchi dopo “aver dette e ridette le preghiere” perché un incendio non distrugga “la speranza di aver da mangiare”.
Viene il tempo della picchiatura, i vicini sono pronti ad aiutare, ristorati dal vinello schietto serbato a posta, mettono le castagne nei sacchi e le picchiano e ripicchiano sul ceppo, le ragazze le ventolano per separare la pula dal frutto. Macinate diventano castagnaccio cosparso di rosmarino e olio, cotti fra i testi infuocati i necci che scricchiolano sotto i denti come carta, la polenta. Il castagno dà tutto: cibo, fogliame per fare letto alla vitella, le fascine e il ciocco da ardere che leva di dosso il freddo. (m.l.s.)
Una storia antica, largamente vissuta
Se la castagna della Lunigiana potesse parlare, certamente racconterebbe diversi spaccati di vita della nostra gente e della nostra terra. Una storia antica, largamente vissuta, costellata di eventi e di radicate tradizioni. Autunni, con la carovana di lunghe nuvole, dalle mille sfumature delle foglie, mentre la stagione delle castagne indugiava in un’attesa piena di sapore. Era il periodo in cui le famiglie, dei tanti paesini sparsi nella nostra vallata, si recavano nei boschi.
Tutti armati di cavagni intrecciati dai vecchi nelle fredde cantine, a raccogliere il frutto dell’albero del pane. Così era, infatti, definito il castagno, pianta quasi sacra per le tante bocche da sfamare al magro desco delle famiglie patriarcali. Le nonne, vestite di nero con l’inseparabile fazzoletto a nascondere i capelli, sulla spianatoia della mastra tiravano, con arte, larghe sfoglie da cui uscivano taglierini e lasagne bastarde (ottenute amalgamando farina dolce e bianca di grano), oppure fumanti polente scure, mondine, ballucci, pattone – rigorosamente stese sulle foglie e spalmate nei testi di ghisa – frittelle… insomma una serie di “piatti” ottenuti lavorando la dolce farina.
Intanto sui monti nasceva il vento autunnale, gravido di memorie, scendendo a valle ed avvolgendo le case di pietra addossate le une alle altre, quasi a farsi compagnia. Breve il giorno e lunghe le serate trascorse sotto il gradile: luogo delle veglie, del ritrovo, delle chiacchierate dopo il faticoso dì. Attorno al fuoco scoppiettante, alimentato continuamente da grossi ciocchi, le nodose mani dei nonni, segno evidente del rapido passare del tempo, giravano le lise corone del Rosario proclamando, con fede semplice ma autentica, i Misteri. A seguire il racconto delle fole tramandate da una generazione all’altra, fino a quando gli occhi spalancati e curiosi dei ragazzi cedevano alle braccia di Morfeo sulle dure ed annerite scranne.
Segmenti di vita, indelebili “amarcord” riportati alla mente dalle tante castagnate di cui pullula la Lunigiana. Ovunque una kermesse dai toni crepuscolari con al centro tutti i colori e i sapori dell’autunno. Feste semplici e coinvolgenti, organizzate da associazioni o parrocchie, arricchite anche da bancarelle con prodotti gastronomici, tipici del luogo, ove la “guest star” rimane la castagna con sempre una collocazione di primissimo piano. Climi famigliari, bambini ed adulti con in mano i cartocci pieni di mondine, giochi, schiamazzi, risate staccando il piede dell’acceleratore dello stress facendo spazio alla serenità degli incontri, del dialogo, dello stare insieme.
Anche in queste edizioni di castagnate, targate 2019, il binomio tradizione e sviluppo, che ben coniuga l’evento tradizionale-culturale con il territorio, si è dimostrato vincente. Sia nei numeri che nella qualità dell’offerta. Per chi ha i capelli bianchi, a distanza di decenni, basta una padella bucherellata a diffondere un aroma ben conosciuto da chi sa custodire, con sano orgoglio, le lontane radici montanare. (Ivana Fornesi)



