Dal mito alla grazia: il sacro nella narrativa fantasy

A Pontremoli l’incontro con Paolo Gulisano organizzato dal Serra Club

11Serra_Gulisano“È un pregiudizio molto radicato, soprattutto da noi in Italia, quello che vede il fantasy come una letteratura di serie B, per bambini o per adulti infantili e immaturi. In realtà ci si dimentica che i più grandi capolavori della storia della letteratura sono quasi sempre state opere piene di immaginazione, dall’epica di Omero e Virgilio, alla stessa Divina Commedia, a Shakespeare. La letteratura fantasy è l’erede della mitologia, dell’epica, della leggenda medievale, generi classici e ‘nobili’. Bisogna ritornare a ridare dignità a questa letteratura che racconta il cammino dell’uomo di fronte alle domande dell’esistenza”.
Questo il messaggio che ha trasmesso lo scrittore e saggista Paolo Gulisano, durante un convegno, organizzato dal Serra Club Pontremoli, che si è tenuto al Museo Diocesano di Pontremoli.
Un incontro molto interessante che ha affrontato il tema “Dal mito alla grazia: il sacro nella narrativa fantastica” ed in particolare ha avuto il suo fulcro nell’analisi de “Il Signore degli anelli”, di John Tolkien, professore di filologia ad Oxford. Un romanzo pubblicato negli anni ‘50 del secolo scorso e che è subito divenuto un caso editoriale a livello mondiale.
Un libro che Gulisano non esita a definire “un capolavoro” e il suo autore “l’Omero del ‘900” e sfata subito uno dei pregiudizi che circolano sulla letteratura fantastica “si tratta di un tipo di scrittura che non fugge la realtà come alcuni critici pensano, collocandola così nella narrativa di evasione. Al contrario è un modo per osservare la realtà da una prospettiva diversa. Magari permettendoci di accorgerci di aspetti dell’esistenza che prima non notavamo”.
Ed è per questo che Gulisano parla della letteratura fantasy come un ritorno alla narrativa epica, perchè riprende a porsi le domande che accompagnano l’uomo da sempre, quella sul senso della vita, sulle origini e sulle finalità dell’uomo e del mondo, domande che, sia pure solo in parte, si erano perse durante la produzione letteraria dopo l’avvento dell’illuminismo. Non a caso il “Mito” ha l’intento di conoscere e spiegare il mondo, attraverso una rappresentazione fantastica e poetica della realtà, alla ricerca del “Logos”. Un tipo di scrittura che Tolkien riprende alla metà del ‘900 riprovando a far vedere il buono ed il bello che si nasconde dietro alla ricerca e all’avventura.
Non a caso nelle storie del mito c’è sempre il racconto dell’epopea del viaggio, alla conquista di un qualcosa che permette all’uomo di avanzare il proprio grado di conoscenza e di affinità con il mondo. Uno schema che si ripete anche in Tolkien ma con una sostanziale differenza. Infatti i protagonisti de “Il Signore degli Anelli” non devono conquistare ma devono rinunciare a qualcosa che hanno già, ad un oggetto di grande potenza che potrebbe dargli il dominio del mondo ma che gli corromperebbe l’animo.
Insomma Tolkien lancia il messaggio del valore della rinuncia per gli altri, del sacrificio di sè per la collettività. In un’epoca in cui si sosteneva, con le parole di Bertolth Brecht “beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”, Tolkien rovescia il paradigma e con la sua opera afferma che c’è invece bisogno di eroi.
Ma di eroi come lo sono i suoi hobbit, piccoli, umili e pronti al sacrificio di sè.
Una visione altamente condizionata dalla fede cattolica di Tolkien, sostiene Gulisano, anche se il romanzo non ha niente di moralistico ma piuttosto di religioso che, cioè, attiene a quella dimensione dell’umano che chiede, che cerca, che è assetata di risposte alle questioni fondamentali di sé e della vita. Perchè l’arte, la letteratura non deve infatti “dimostrare nulla”, non deve essere ideologica, fatta a tesi. L’arte è mostrare e Tolkien ha mostrato tutto il fascino di una storia toccata dalla Grazia, dove le qualità e le virtù dei suoi eroi, nonché circostanze precise, come ad esempio il fatto che l’Anello venga distrutto il 25 marzo, il giorno dell’Annunciazione, rappresentano qualcosa di più che simboli allegorici. Sono infatti segni, ovvero indicazioni, per comprendere e per trovare la strada.

(r.s.)

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