
“Alla base del Documento ci sono senz’altro preghiera e riflessione: lo si evince dal peso spirituale che esibisce e, di conseguenza, dal peso anche politico che in prospettiva può rivestire”. M. Chiara Biagioni, per conto del Sir, ha chiesto a mons. Pietro Coda, teologo, preside dell’Istituto universitario “Sophia” di Loppiano, un aiuto a leggere “dal di dentro” il Documento sulla fratellanza umana che è stato sottoscritto ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmed Al-Tayyeb.
Molti esperti (musulmani e cattolici) e osservatori del dialogo islamo-cristiano non hanno esitato a definirlo un documento “storico”. Nel viaggio di ritorno, il Papa ha raccontato che il testo è stato preparato “con tanta riflessione e anche pregando”. Si è “sviluppato in quasi un anno”, “rimasto a maturare”, “per non partorire il bambino prima del tempo. Perché sia maturo”.
Secondo mons. Coda non si tratta di un atto diplomatico, ma di una dichiarazione di significato strategico: “Presuppone, da un lato, il mettersi di fronte a Dio dei due partner per chiedergli, nella disponibilità sincera a obbedire al suo volere: che cosa tu vuoi da noi oggi? E, dall’altro, un attento discernimento, alla luce della propria rispettiva fede nel disegno di Dio sulla storia umana, del drammatico e per tanti aspetti cruciale momento che oggi attraversa l’umanità, per chiedersi insieme: che cosa dobbiamo fare noi, oggi, per essere fedeli al disegno di amore di Dio?”
Una delle rappresentazioni più eloquenti dell’immagine di Chiesa proposta dal Concilio è quella che il mondo ha contemplato nella Giornata mondiale di preghiera per la pace ad Assisi nel 1986; “il Documento siglato da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar – afferma il teologo – segna un’ulteriore tappa in questo cammino di realizzazione del messaggio profetico del Vaticano II”.
Il punto nevralgico l’ha sottolineato Papa Francesco nell’udienza generale successiva al viaggio: “In un’epoca come la nostra, in cui è forte la tentazione di vedere in atto uno scontro tra la civiltà cristiana e quella islamica, e anche di considerare le religioni come fonti di conflitto, abbiamo voluto dare un ulteriore segno, chiaro e deciso, che invece è possibile incontrarsi, è possibile rispettarsi e dialogare, e che, pur nella diversità delle culture e delle tradizioni, il mondo cristiano e quello islamico apprezzano e tutelano valori comuni: la vita, la famiglia, il senso religioso, l’onore per gli anziani, l’educazione dei giovani, e altri ancora”.
“Se, per cristiani e musulmani, Dio è il Creatore di tutto e di tutti – precisa mons. Coda – noi siamo membri di un’unica famiglia e come tali dobbiamo riconoscerci. È questo il criterio fondamentale che la fede ci offre per gestire la convivenza umana, per interpretare le diversità che sussistono tra noi, per disinnescare i conflitti”. San Paolo VI affermava che la missione della Chiesa, oggi, prende il nome di dialogo.
“Aprirsi all’altro, scoprire i valori di cui vive, camminare insieme e cooperare per la giustizia e per la pace – spiega mons. Coda – significa testimoniare la pienezza di verità e di vita che, come cristiani, contempliamo e riceviamo da Gesù. Questo implica vivere la propria identità nel ‘coraggio dell’alterità’. È la soglia che oggi ci è chiesto di attraversare. Bisogna aver fede che ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio e che l’unica forza capace di trasformare il mondo è l’amore, l’amore di Dio”.
Certo, il dialogo con l’Islam è come un viaggio nell’oceano, caratterizzato da onde alte, che possono creare difficoltà nell’avanzamento. “In questo spazio di apertura, di sincerità, di collaborazione, aggiunge, si potranno sciogliere, con prudenza e discernimento, i tanti nodi che restano. La luce la dà Dio, e Dio è là dove c’è l’amore. Le religioni non sono un sistema chiuso, dato una volta per tutte, ma sono in cammino, crescono: lo Spirito di Dio incalza e noi lo dobbiamo ascoltare e assecondare”.
Enormi sono le prospettive che il documento apre, ma a condizione di cogliere e apprezzare lo spirito che lo anima e interpretarne le proposte e le esigenze. “In prima battuta, la prospettiva di educarsi ed educare a una cultura dell’incontro, della fraternità, della pace”.
Come ha scritto Papa Francesco nel suo Discorso al Founder’s Memorial di Abu Dhabi: “Alla celebre massima antica ‘conosci te stesso’ dobbiamo affiancare ‘conosci il fratello’: la sua storia, la sua cultura e la sua fede, perché non c’è conoscenza vera di sé senza l’altro”. “In seconda battuta, conclude mons. Coda, si tratta di lavorare, a tutti i livelli, per la giustizia e la pace, due valori inscindibili”.



