In Svezia non sfonda il partito populista e xenofobo

Nelle elezioni politiche socialdemocratici e centrodestra calano ma evitano il disastro

Il premier uscente, il socialdemocratico Stefan Löfven
Il premier uscente, il socialdemocratico Stefan Löfven

Le elezioni legislative svoltesi domenica 9 settembre in Svezia in parte confermano e in altra parte smentiscono le previsioni della vigilia; in più, lasciano aperti alcuni interrogativi di fondo. Nel conto delle conferme si può mettere la classifica dei partiti così come è uscita dalle urne. Restano, infatti, primi i socialdemocratici del premier Stefan Löfven. Il partito che ha “inventato” il welfare scandinavo, un modello che ha prodotto benessere, lavoro e sicurezza, e che da decenni è al governo anche grazie a quello, ha ottenuto il 28,4% dei consensi (-2,8% dei voti).
Seguono i moderati di centrodestra con il 19,8% (-3,5%). I populisti e xenofobi Svedesi democratici, di Jimmie Akesson, sono terzi con il 17,6% degli elettori (+4,7%). Distanziato, si trova un ampio ventaglio di partiti, di destra e di sinistra; questo fatto delinea un parlamento-puzzle dal quale non sarà facile fare uscire una maggioranza di governo.
Se l’avanzata dell’ultradestra risulta innegabile, è altrettanto vero, però, che questa parte politica non sfonda, contrariamente alle dichiarazioni dei suoi responsabili che avevano minacciato cambiamenti radicali di rotta in caso di vittoria.
Dall’altra parte, la tenuta sostanziale dei due partiti tradizionali maggiori, non può far dormire sonni tranquilli ai loro leader perché il calo di consensi c’è stato: se non in misura tale da consegnare il Paese agli estremisti, comunque abbastanza per rendere più difficile la costituzione di un governo senza questi ultimi.
È una conferma, per noi negativa, che anche a quelle latitudini gli slogan anti-immigrati e nazionalisti hanno il vento in poppa e raccolgono voti, sia pure (solo per ora?) in misura minore che in altri Paesi europei.
Escono, quindi, smentite dal voto svedese le previsioni più catastrofiste su di una possibile disfatta dei partiti moderati di centro, centrosinistra e centrodestra; assieme ad esse, anche quelle che prevedevano un vero e proprio trionfo delle forze estreme e antieuropee.
Ciò autorizza ad avanzare la considerazione che in Paesi ben governati, con una solida tradizione democratica, con un forte senso identitario e un senso civico radicato (tra questi potremmo inserire a mo’ di esempio anche la Germania e la Francia, ma non solo), la politica riesce ancora a tenere al centro del dibattito la costruzione del “bene comune”, senza alzare in modo eccessivo i toni dello scontro politico e sociale, evitando così di consegnare le redini del Paese ad avventurieri portati in cima al podio – anche grazie ai social network – da sentimenti di individualismo, paura o chiusura.
Tutto ciò troverà conferme o smentite in occasione delle elezioni Ue del prossimo maggio 2019, che già si prospettano come un vero e proprio esame alla voglia di un futuro solidale e pacifico per il vecchio continente.

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