I giorni inquieti dell’attentato a Togliatti

In un clima avvelenato dalla recente campagna elettorale, il 14 luglio 1948 è colpito da tre pallottole all’uscita dalla Camera

29Togliatti_ValdoniLa durissima campagna elettorale per le prime elezioni politiche del 18 aprile 1948, che avevano dato alla DC la maggioranza assoluta dei seggi, aveva lasciato l’Italia in un clima di alta tensione: lo studente Antonio Pallante, militante di destra, il 14 luglio alle 10,30 in piazza Montecitorio spara tre colpi di pistola contro Palmiro Togliatti, segretario generale del PCI che sta uscendo con Nilde Jotti dalla Camera dei deputati. Viene colpito in modo serio.
Appena si diffonde la notizia, spontaneamente una parte d’Italia si ferma, è sciopero, saltano fuori armi, calano le saracinesche dei negozi, gli operai depongono gli strumenti di lavoro, le piazze si riempiono di una folla che subito interpreta l’attentato come l’inizio di un attacco alla sinistra, che viveva la frustrazione del freno posto al movimento partigiano, delle mancate riforme, della forte disoccupazione.
Furono le ore dell’ultimo momento insurrezionale del dopoguerra, come giudica lo storico Paul Ginsborg nella sua Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Einaudi 1989.
29Togliatti_attentato.Ad Abbadia San Salvatore sul monte Amiata perdono la vita un poliziotto e un carabiniere mentre i miniatori sono in protesta; a Torino gli operai occupano la Fiat e prendono in ostaggio 16 persone compreso l’amministratore delegato Vittorio Valletta. A Venezia e a Mestre sono fatti blocchi stradali sul ponte della laguna e gli operai presidiano fabbriche chimiche e impianti petroliferi. A Genova si spara e, in un’atmosfera di guerra civile, il movimento di protesta per qualche giorno prende il controllo della città, due i morti. Il centro nord d’Italia in modo non omogeneo reagisce, il Sud invece non si muove, solo nei cantieri navali di Castellamare di Stabia si registra una protesta.

Nei giorni dell’attentato Gino Bartali
vince per la seconda volta il Tour de France

La maglia gialla Gino Bartali la indossò nel 1938 e nel 1948. Arrivò vincitore del Tour in Francia dopo un percorso di 4.992 km. Aveva accumulato 21 minuti di ritardo sul leader Bobet, la svolta è con la vittoria nella XIII tappa del 15 luglio; attacca e conquista la maglia gialla e la tiene fino al giro d’onore a Parigi, primo anche nella classifica scalatori, capitano della squadra diretta da Alfredo Binda.
Non partecipa il rivale Fausto Coppi, che vincerà il Tour nel 1949.
La riscossa vittoriosa di Bartali parte il giorno dopo l’attentato a Togliatti, a detta di molti l’entusiasmo per il successo avrebbe rasserenato il clima, in un popolo diviso ferocemente in politica, ma se non altro unito dalla comune passione per il ciclismo come ora lo è per la nazionale di calcio (in attesa che risorga).
Verità o leggenda? Nessuna conferma, gli storici non ne tengono conto. Sui giornali però l’eco fu grande, Giovannino Guareschi sul satirico “Candido” scrive “Ci salvarono le zie, don Camillo e Bartali”.

Gli storici sono concordi nel riconoscere che non sarebbe stata possibile una rivoluzione nella situazione italiana di allora, con polizia ed esercito leali al governo. Mario Scelba ministro dell’Interno aveva a disposizione, oltre ai soldati, circa 180mila tra carabinieri, finanzieri e poliziotti, tra i quali gli efficienti uomini della Celere, inoltre aveva provveduto con energia a togliere il più possibile le armi a chi era stato partigiano. Ma i più consapevoli che insorgere sarebbe stato un tragico errore, con taglio dell’Italia in due, sono i dirigenti comunisti e lavorano faticosamente per convincere i propri militanti a togliere blocchi e barricate, a liberare gli ostaggi e tornare al lavoro.
Togliatti, con ferite serie ma non gravi, dal letto d’ospedale invita alla calma, assicura che sarà presto al suo posto in Parlamento. Pietro Secchia, allora responsabile dell’organizzazione del PCI, dichiara che nessuno pensò mai a prendere il potere con le armi; un’insurrezione avrebbe potuto avere un certo risultato solo in tre città del Nord (Venezia, Genova, Torino) e voler insorgere era idea “assurda e balorda”.
I partiti erano allora parte della democrazia e agivano con molta passione politica, “erano strumenti di organizzazione del pensiero, oggi non c’è più il pensiero, la politica è mestiere” secondo il giudizio di Ciriaco De Mita, ”intellettuale della Magna Grecia”, condiviso da moltissimi italiani. Un’ondata di repressione colpì quelle zone che con più vigore avevano reagito alla notizia del tentato assassinio di Togliatti.

Maria Luisa Simoncelli

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