Giorgio La Pira: un impegno politico che nasce da una forte esperienza di fede

Quaranta anni fa la morte: si spense il 5 novembre 1977 nella sua Firenze. Studioso, padre costituente, sindaco dal 1951 al 1965, cresciuto nella Fuci di G. Battista Montini

44Giorgio_LaPiraGiorgio La Pira: lo studioso, il padre costituente, il sindaco, l’uomo di fede, il costruttore di pace. A 40 anni dalla sua morte – il 5 novembre 1977 a Firenze, sua città di adozione, in cui arrivò ventiduenne dalla Sicilia nel 1926 – è ancora difficile fare un ritratto del “sindaco santo” che riassuma la sua complessa vita.
La sintesi migliore rimane quella del cardinale Benelli, alle sue esequie: “Di La Pira nulla può essere capito se non è collocato sul piano della fede”. Un piano a cui non era estraneo l’impegno politico di colui che per due volte tra il 1951 e il 1965 fu sindaco di Firenze e prima ancora agì da protagonista all’Assemblea costituente.
Con Lazzati, Dossetti e Fanfani, i “professorini” cresciuti nella Fuci di Giovanni Battista Montini, contribuisce alla stesura della Costituzione, riuscendo a tenere insieme la necessità del compromesso tra forze di ispirazione cattolica, socialcomunista e liberale e a fare risaltare nell’intero impianto costituzionale la matrice filosofica personalista propria di quel cattolicesimo politico formatosi sui testi di Mounier e Maritain.
La Pira sarà l’ispiratore dell’articolo 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. L’uomo, nella sua singolarità e nei corpi intermedi in cui si realizza (la famiglia, il lavoro, la politica) al centro del nuovo Stato: un ribaltamento della prospettiva fascista, che negava alla radice l’esistenza di diritti naturali dell’uomo anteriori allo Stato, ma anche di quella marxista.
Da sindaco di Firenze La Pira concentra gli sforzi del Comune sull’ambito sociale: case popolari, scuole, il tema del lavoro. Di fronte al grave problema degli sfrattati, ordina la requisizione degli immobili sfitti sulla base di una legge del 1865. Le crisi occupazionali lo vedono in prima linea: Fonderia delle Cure, Officine Galileo, Pignone sono gli episodi più noti del suo prodigarsi per scongiurare licenziamenti di massa.
Don Luigi Sturzo lo accusò di statalismo e di abbandono dell’interclassismo democristiano. La replica fu schietta: “10 mila disoccupati, 3 mila sfrattati, 17 mila libretti di povertà. Cosa deve fare il sindaco? Può lavarsi le mani dicendo a tutti: ‘scusate, non posso interessarmi di voi perché non sono statalista ma interclassista?’”. Una Firenze laboratorio di un cattolicesimo, che oggi, con le parole di Francesco, definiremmo “inquieto” (padre Ernesto Balducci, don Lorenzo Milani, il cardinale Dalla Costa) e che negli anni di La Pira promuove tavole per il disarmo, convegni sul futuro del Terzo Mondo in fase di decolonizzazione, colloqui mediterranei con rappresentanti arabi e israeliani, incontri di sindaci per la pace. Palazzo Vecchio diventa un crocevia diplomatico internazionale.
La morte di La Pira precedette di poco il tragico martirio di Aldo Moro, ucciso poco più di 6 mesi dopo, e di Vittorio Bachelet, nel 1980. Tre scomparse che segneranno l’inizio della fine di un modo di pensare l’impegno cristiano nella città dell’uomo.
Negli ultimi anni c’è stato chi, forte solo di una tesi di laurea sulla figura di La Pira e dell’avere ricoperto la sua stessa carica, ha rivendicato l’eredità del sindaco di cui è in corso la causa di beatificazione. Al netto dei cambiamenti d’epoca a livello sociale e politico, i risultati degli autoproclamati eredi non sono stati corrispondenti all’ideale di un uomo che considerava la politica un impegno di umanità e santità tale da “potere convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità”; un uomo che pur nella militanza confidava di avere solo una tessera: “quella del battesimo”.

(Davide Tondani)

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