Magie e spiritelli della tradizione d’ Appennino

All’Unire Pontremoli-Lunigiana una lezione sulla cultura popolare. Mario Ferraguti ha illustrato alcuni dei risultati di anni di ricerche nel versante parmense e in quello lunigianese

43facionL’Unitre Pontremoli-Lunigiana ha proposto giovedì 9 novembre una lezione su “Figure magiche e parole per dar vita all’invisibile nella tradizione popolare dell’Appennino” tenuta da Mario Ferraguti che ha esordito descrivendo la realtà attuale dell’area appenninica tosco-emiliana-ligure caratterizzata dalla diversità linguistica, culinaria,culturale e sociale.
Nell’ambiente scientifico e universitario c’è una forte attenzione alla cultura e alle tradizioni dell’ Appennino poiché ancora oggi vi è la continuità con le credenze popolari dei secoli passati. Ferraguti ha compiuto una ricerca nei paesi della Lunigiana e dell’Emilia per capire come il mondo magico dei folletti, delle fate e delle streghe abbia influito sulla vita quotidiana e reale degli abitanti. Un esempio di come i folletti fossero parte integrante dell’esistenza della gente d’ Appennino sono i mascheroni scolpiti sulle facciate delle abitazioni e raffiguranti gli spiritelli del luogo (a Sassalbo il buffardello, a Cervara il folletto con il cappello a 3 punte).
Il bosco è il luogo in cui abitano insieme alle streghe e si trova quasi sempre ai margini del territorio antropizzato delimitato dalle maestà religiose poste ai confini per proteggere gli uomini e gli spazi in cui vivono. Un’altra caratteristica è la loro apparizione sempre negli stessi luoghi.
Le leggende venivano raccontate nelle aie e nelle case da “favolai” che per rendere più credibile la narrazione ambientavano le storie nei luoghi in cui si trovavano e che erano familiari agli ascoltatori. Eccone alcune: Leonzio e il teschio, il lupo e la volpe che mangiano la cagliata e il ballo dei morti nel bosco. Le figure magiche terrorizzavano gli uomini ed erano sempre presenti nella loro quotidianità. Il relatore ha portato l’esempio della strega Lucabascia, che “mangia i cristiani” e che fa smarrire i viandanti nel bosco, esattamente come si comporta la strega Babaiaga nella cultura popolare russa. Anche le fate hanno risvolti maligni perché possono uccidere gli esseri umani.
Fino al secolo XIX la fata e la strega sono accomunate e rappresentano la donna forte, eroica, che conosce la natura e non si arrende. La maga Circe e Medea sono i loro archetipi.
A Comano si trova la fata della tecchia. In Garfagnana sono presenti gli streghi che portano con sé i bambini ai quali vengono tappate le orecchie con cera d’api perché non sentano le loro grida. La tradizione garfagnina richiama il racconto dell’Odissea di Omero. I folletti sono ritenuti le anime dei bambini non battezzati.
Ferraguti ha portato l’esempio di Buffardello, che è rappresentato con le mani bucate da S. Giovanni Battista perché non ricevesse il battesimo e l’acqua battesimale scivolasse via. Le tipologie dei folletti sono varie. Le principali sono di quello che si appoggia sul petto della persona, la immobilizza, il respiro viene a mancare e la morte si avvicina, ma all’improvviso abbandona il petto e la persona torna a vivere (è il folletto che porta gli incubi), un altro intreccia la coda dei cavalli e li fa correre tutta la notte, il folletto vento disperde il fieno col suo soffio.
Per esorcizzare la paura ad ogni aspetto del mondo magico veniva dato un nome per individuarlo e conoscerlo meglio. In Romagna, ad esempio, un folletto viene chiamato “erpice” perché, come le zolle di terra vengono distrutte dall’attrezzo, anche lo spiritello viene sconfitto chiamandolo erpice. Un altro modo di vincere il timore è apporre un nome diminutivo. Nell’ Appennino lunigianese le prime rappresentazioni dei folletti si trovano nei mascheroni che hanno potere di scacciarli nottetempo.
A ogni terra da sempre le sue illusorie e paurose presenze magiche.

(Paola Bianchi)

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