Strategie di rallentamento contro i ritmi forsennati di oggi

Un nuovo modello pedagogico ideato da Gianfranco Zavalloni, scomparso nel 2014

pedagogia_lumaca_Zavalloni“Il passo della lumaca” era il titolo di un articolo del maestro Mario Lodi pubblicato, nel 2007, nella rivista “Scuola dell’infanzia” e dedicato alla visione pedagogica del dirigente scolastico Gianfranco Zavalloni, che l’anno precedente, se ben ricordo, era venuto a presentarla a Pontremoli, su invito del dirigente Angelo Ferdani. Gianfranco Zavalloni, deceduto nel 2014 a soli 54 anni, ha lasciato la proposta di un nuovo modello pedagogico che si fonda “su alcune strategie di rallentamento”, in un tempo in cui i ritmi della società tecnologica “viaggiano a una velocità diversa, rispetto al tempo dell’apprendimento dei bambini, e che, metaforicamente, è stata chiamata pedagogia della lumaca”.
Ecco come fare scuola secondo le teorizzazioni di Zavalloni: perdere tempo e parlare (nella fase iniziale di un ciclo o di un anno scolastico, per conoscere i vissuti personali, ad esempio, o per elaborare le regole del vivere insieme); ritornare a cannetta e pennino (l’atto di intingere il pennino nell’inchiostro, nell’era del computer, costringe a fermarsi); passeggiare, muoversi a piedi (è la prima maniera per vivere in un territorio e conoscerlo); abolire le fotocopie e disegnare (bisogna recuperare l’originalità del fare personalmente); guardare le nuvole nel cielo (magari sdraiati, per immaginare forme, movimenti: una scuola di poesia); scrivere lettere e cartoline vere (niente è più bello e personalizzato che ricevere o scrivere una vera cartolina di auguri o una lettera invece di una e-mail, magari indirizzata a più persone); imparare a fischiare a scuola (ai miei tempi era vietatissimo, un vero tabù.
pedagogia_lumacaIo stesso ricordo che, in prima media, sorpreso a fischiettare dal vicepreside, prof. Bola, nel trasferimento dall’aula alla palestra, dove ci attendeva il prof. Bianchinotti, fui sospeso per un giorno e ebbi 7 in condotta nel primo trimestre. Zavalloni scrive che imparò al liceo a fischiare e “l’effetto fu fantastico. Perché, dunque, non insegnare ai ragazzini a fischiare?”); fare orto a scuola (questa attività sviluppa l’attenzione verso i ritmi naturali). È esperienza vera di lentezza e ha a che vedere col “prendersi cura”).
Lo stesso Zavalloni ci ha lasciato anche un decalogo intitolato “I diritti naturali di bimbi e bimbe”:
1) Il diritto all’ozio (a vivere momenti non programmati dagli adulti).
2) Il diritto a sporcarsi (nella sabbia, nella terra, nell’erba, nell’acqua…).
3) Il diritto agli odori (a riconoscere i profumi offerti dalla natura).
4) Il diritto al dialogo (a prendere la parola, ad interloquire).
5) Il diritto all’uso delle mani (a piantare chiodi, ad incollare, a plasmare la creta, a legare corde, a scartavetrare…).
6) Il diritto ad un buon inizio (a mangiare cibi sani, a bere acqua pulita, fin dalla nascita).
7) Il diritto alla strada (a giocare e camminare nelle strade).
8) il diritto al selvaggio (a costruire un rifugio- gioco in un boschetto, ad arrampicarsi su un albero).
9) Il diritto al silenzio (ad ascoltare il sibilo del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell’acqua).
10) Il diritto alle sfumature (a vedere il sorgere del sole e il suo tramonto, ad ammirare la luna e le stelle). Potrebbe essere funzionale ad una corretta formazione e ad una serena crescita dei bambini, spesso succubi dell’uso della moderna tecnologia, l’adozione di queste pratiche educative, magari non in lotta, ma in studiata conciliazione col mondo veloce di internet e rischioso dei giochi su tablet e smartphone?
Il maestro Mario Lodi concludeva così il suo articolo. “Mi piace l’idea dell’orto, dove gli insegnanti che hanno fretta vanno a sollecitare la crescita veloce dei pomodori e delle altre verdure. Grazie, Zavalloni, per aver buttato il sasso nello stagno della scuola e averci dato un’idea nuova di scuola”.

Andreino Fabiani