“Angelo e fiore di bontà e carità”

Nato a Campiglia Marittima il 17 gennaio 1861 dove i genitori di Sassalbo trascorrevano l’inverno, Mons. Fiorini guidò la diocesi di Pontremoli dal 1899 al 1929 anno della morte

Mons_Angelo_FioriniAnimo pratico e buono, di profonda religiosità e tradizione ma sorprendentemente moderno, Antonio Fiorini nacque a Campiglia Marittima il 17 gennaio 1861 dove i genitori, Giovanni e Benedetta Giannarelli di Sassalbo, si recavano a svernare.
Trascorse il tempo degli studi a Massa presso lo zio Fiorenzo Fiorini, dentista e terziario francescano, che lo affidò ai Fratelli delle Scuole Cristiane. Dallo zio, con il quale ogni giorno andava a messa dai Cappuccini, apprese la devozione e la finezza del tratto che lo distingueranno. A undici anni entrò nel convento dei Cappuccini di Piacenza, qui vestì l’abito francescano e gli fu imposto il nome di Angelo. Le testimonianze lo descrivono come esemplare, ma attraversò anche un momento di forte tentazione in cui aveva risoluto di lasciare la vita religiosa.
Negli anni trascorsi a Piacenza, ebbe la grazia di frequentare il santo vescovo Giovanni Battista Scalabrini che lo ordinerà sacerdote il 12 agosto 1883. Fu nominato insegnante e direttore spirituale dello studentato di filosofia e poi di teologia. Coinvolto nel clima di diffidenza verso le opere del beato Antonio Rosmini, di cui egli era ammiratore e studioso, rischiò di perdere la cattedra ma la prudente lungimiranza dei superiori gli permise di restare. Nel frattempo, frequentò i corsi di fisica e chimica dell’università di Parma e acquistò il primo laboratorio di scienze per gli studenti del convento.
Lo appassionava l’elettricità, studiando la quale formulò un progetto sofisticato per evitare gli scontri ferroviari. Divenne direttore spirituale del Conservatorio e membro del Tribunale della Penitenza di Parma, venne eletto Custode generale e Definitore provinciale, divenendo protagonista della faticosa ripresa dell’Ordine dopo le soppressioni ottocentesche.
Il 5 settembre del 1899 gli venne notificata l’elezione a settimo Vescovo della diocesi di Pontremoli, come successore di mons. Alfonso Mistrangelo. La consacrazione episcopale avvenne il 26 novembre nella chiesa di San Vincenzo, dove sedici anni prima era stato ordinato sacerdote, di nuovo per le mani di Scalabrini. Arrivò a Pontremoli il 30 giugno 1900 in treno da Parma e il 2 luglio, nella festa più cara ai pontremolesi, celebrò il primo pontificale.
Ormai inesorabilmente era iniziato il lungo processo di emigrazione che interesserà per decenni la Lunigiana, rimasta marginale nella industrializzazione. Egli vi porrà sempre grande attenzione nelle lettere pastorali e con la richiesta ai parroci di compilare dei registri degli emigranti per seguirne da vicino le famiglie. Intanto, marxismo e anticlericalismo si affacciavano anche nella vita sociale e politica lunigianese e la controffensiva del Vescovo si svolse su due piani: irrobustire la vita spirituale del suo popolo e incarnare lui stesso quei valori scientifici, sociali e patriottici che l’anticlericalismo negava ai rappresentanti della Chiesa.
Incontrava personalmente e spesso i seminaristi, decretò il riordino della già ricca biblioteca del Seminario con l’aggiunta di opere di ogni argomento e mandava i chierici migliori nelle università pubbliche perché conseguissero anche lauree civili.
Grazie alla giovane età, poté compiere sette visite pastorali a tutte le centotrenta parrocchie della diocesi e si recò più volte fin sulle vette delle nostre montagne con i giovani. Inoltre, era spesso invitato a predicare in tutta Italia.
Nel 1905 ebbe la gioia di veder riprendere l’offerta dei ceri che, dal voto del 1622, la città di Pontremoli fa alla Madonna del Popolo: segno di disgelo nei rapporti con la pubblica amministrazione. Diede grande impulso alla società operaia cattolica; si adoperò contribuendo economicamente alla realizzazione degli asili infantili e delle suole superiori femminili; nel 1907 fondò “Il Corriere Apuano” e nel 1926 organizzò il Congresso eucaristico diocesano.
Durante la prima guerra mondiale, attento ai soldati ma anche alle famiglie rimaste senza la migliore manodopera, invitò i parroci a lavorare con loro perché non perdessero il frutto dei campi e concesse la facoltà di lavorare anche di domenica. Quando arrivò il primo treno della Croce rossa con i feriti, mise immediatamente a disposizione i locali del Seminario per allestire l’ospedale e non mancò di visitarli. Dopo la disfatta di Caporetto, pur riaffermando il disappunto per una guerra inutile, seppe richiamare il popolo al dovere e all’unità in modo così appassionato da risollevare e unire davvero gli animi.
Durante l’epidemia di spagnola seguita alla guerra, compilò una serie di consigli igienici molto precisi trasmessi attraverso i parroci, che invitò anche ad adoperarsi perché i famigliari dei caduti ricevessero la pensione. Uomo del dialogo, della ragionevolezza e della pace non poté non rallegrarsi del clima di distensione portato dal nuovo governo fascista. Per questo, instaurò anche con esso buoni rapporti, pur invitando sempre il clero a non fare pubbliche manifestazioni politiche e non mancò di far sentire la sua disapprovazione alla notizia degli episodi di Pisa, dove squadre di fascisti avevano devastato i locali dell’Azione cattolica.
Nel 1920, non ancora ripresosi dalla pleurite, appresa la notizia del terremoto che aveva distrutto Fivizzano, vi si recò immediatamente per celebrare la messa e, oltre al conforto, in ogni paese lasciò un’offerta in denaro. Per chiedere aiuto nella ricostruzione incontrò il re Vittorio Emanuele III, fu ricevuto dal Papa e pubblicò appelli su molti giornali. Un giorno, ricevuto un telegramma da uno sconosciuto, si recò immediatamente a Brescia per accompagnare nell’ultima ora un professore ateo che, al tempo dell’università, lo aveva pubblicamente dileggiato e ora voleva riconciliarsi con Dio anche attraverso di lui. Accoglieva con umiltà gli atti di deferenza dovuti a un Vescovo, dicendo di sentirsi come una statua che riceve omaggi non per sé ma per ciò che rappresenta.
A tavola continuò ad osservare i digiuni francescani e si faceva leggere un brano del Vangelo, ma smise quando si accorse che per il segretario era gravoso.
Fiaccato da una vecchiaia precoce dovuta alle fatiche dell’apostolato, il 2 aprile del 1929 si recò come di consueto all’ospedale per la comunione pasquale agli ammalati ma nel pomeriggio si mise definitivamente a letto, andando incontro alla morte con la serena tranquillità con cui ne aveva sempre parlato. La notte del 5 maggio, chiesti il viatico e la sacra unzione, santamente spirò.
Nell’epigrafe eretta in cattedrale, il card. Maffi, giocando con suo il nome, lo descrisse come “angelo e fiore di bontà e carità”.

Don Emanuele Borserini

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