Ottant’anni fa il referendum: gli aventi diritto di voto erano 28 milioni e l’89% si recò alle urne. Per le donne fu la prima volta. L’elezione dell’Assemblea Costituente

(da Wikipedia)
Un modo per comprendere un evento storico, quale quello – fondamentale per la storia italiana, del 2 giugno 1946 – è quello di provare a immedesimarsi nel periodo in cui esso si è verificato. Ricordiamo che dopo la caduta del fascismo (il 25 luglio 1943), il Governo “militare” guidato dal maresciallo Pietro Badoglio restò in carica fino al 17 aprile 1944: ad esso succedette un altro Governo, sempre guidato da Badoglio, definito dagli storici “di unità nazionale”, che rimase in carica soltanto un mese e mezzo.
Già durante il primo Governo Badoglio i partiti antifascisti, che si andavano riprendendo dopo il periodo di clandestinità cui erano stati costretti da Mussolini, assunsero una funzione di responsabilità nella guida del Paese. Nel marzo 1944, infatti, essi raggiunsero un accordo con la monarchia per collaborare ai fini della liberazione del Paese dai nazifascisti rinviando la decisione delle questioni istituzionali al termine del conflitto: in cambio, il re acconsentì alla sospensione dei suoi poteri e alla nomina del figlio Umberto come suo luogotenente.
Fu così emanata, il 25 giugno 1944, la “Prima Costituzione Provvisoria”, così detta perché nella sostanza era un atto di contenuto costituzionale (trattando dell’assetto istituzionale del Paese), ma che nella forma era un decreto-legge (cioè definito dal Governo) luogotenenziale (vale a dire emanato dal Luogotenente del Regno).
Con essa si stabilì che “Dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà, a suffragio universale diretto e segreto, una Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato”. Dunque, in questa fase fu deciso che la scelta tra proseguire con la monarchia o istituire una repubblica sarebbe stata adottata da un’Assemblea Costituente: non si parlava di referendum, e la scelta sarebbe stata assunta direttamente dai partiti.

Dopo otto mesi, però, le cose cambiarono, a seguito di una diversa valutazione da parte degli stessi partiti antifascisti, i quali nel marzo del 1946, cioè soltanto due mesi e mezzo prima del 2 giugno, decisero di modificare la prima Costituzione provvisoria con una seconda, sempre adottata con un atto normativo del Governo, con cui si stabilì che “Contemporaneamente alle elezioni per l’Assemblea Costituente il popolo sarà chiamato a decidere mediante referendum sulla forma istituzionale dello Stato (Repubblica o Monarchia)”.
Dunque rimanevano poco più di due mesi per allestire e realizzare una campagna elettorale che avrebbe scontato alcune difficoltà non secondarie: il popolo italiano era ormai disabituato da vent’anni a votare in elezioni libere e democratiche; molti erano gli analfabeti; i mezzi di comunicazione per fare propaganda erano assai limitati; per la prima volta, in elezioni politiche, avrebbero votato anche le donne (che mai fino a quel momento avevano avuto riconosciuto il diritto di voto, salvo il caso delle elezioni amministrative della stessa primavera). In più, si trattava di una campagna elettorale “doppia”: per il referendum istituzionale e per la scelta dei componenti dell’Assemblea Costituente.

Malgrado tutto questo, furono elezioni assai partecipate: dei 28 milioni di potenziali elettori (erano esclusi dal diritto di voto tutti coloro che avessero ricoperto cariche apicali nel Partito Fascista o nella Repubblica Sociale Italiana) se ne recarono alle urne quasi 25 milioni (l’89,08%). Non tutti i 573 deputati previsti poterono tuttavia essere eletti, perché alcune zone del Paese erano ancora sotto amministrazione alleata (Alto Adige e alcuni comuni del Trentino, Venezia Giulia, Istria e Dalmazia) ad anche coloro che alla chiusura delle liste elettorali si trovavano fuori dal territorio italiano, come i prigionieri di guerra, furono esclusi dal voto.
D’altra parte, occorre ricordare che un altro decreto legislativo aveva stabilito che il voto costituiva un obbligo al quale nessun cittadino poteva sottrarsi “senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese in un momento decisivo della vita nazionale”: tanto che gli astenuti ingiustificati erano sanzionati con l’affissione dei loro nomi negli albi comunali per un mese e con l’iscrizione del mancato voto nei certificati di buona condotta per cinque anni.

Un ulteriore dato è assai interessante: a fronte del 46% dei voti che la monarchia ottenne al referendum, le liste più direttamente legate alla Corona ottennero solo il 2,7%: a dimostrazione che quasi tutti gli elettori che avevano scelto la monarchia si espressero a favore di partiti non apertamente monarchici.
Un altro aspetto da sottolineare è quello relativo alle schede bianche e nulle, che insieme furono un milione e mezzo: se si pensa che circa 5 milioni e mezzo di italiani erano allora analfabeti, si comprende come anche molti di coloro che non sapevano né leggere né scrivere (al netto degli analfabeti non elettori) si sforzarono di esprimere un voto valido. Il risultato del voto del referendum fu, come noto, oggetto di contestazioni, e mai formalmente accettato dallo stesso re in carica (che tale era diventato a seguito dell’abdicazione di Vittorio Emanuele III a favore del figlio Umberto).
Allorché il 10 giugno a Montecitorio il Presidente della Cassazione comunicò gli esiti provvisori, De Gasperi sottopose a Umberto II un documento che sanciva la cessazione della monarchia e disponeva l’entrata in carica del Capo del Governo come Capo dello Stato ad interim in attesa dell’elezione del Capo Provvisorio dello Stato: ma il re rispose che non avrebbe abdicato fino alla proclamazione dei risultati definitivi.
Ciò provocò violente reazioni nel Paese, con manifestazioni e sparatorie della Polizia. Nella notte tra il 12 e il 13 giugno il Governo adottò allora un decreto che trasferiva ufficialmente le funzioni di Capo dello Stato a De Gasperi quale Presidente del Consiglio: pur protestando vivacemente contro l’operato del Governo e non abdicando formalmente, Umberto II, forse per evitare lo scoppio di una guerra civile, decise di lasciare temporaneamente l’Italia imbarcandosi per il Portogallo.
La Repubblica poteva finalmente prendere il largo: e mai si dovrebbe dimenticare il travaglio che ha portato a questo risultato.
Emanuele Rossi
Professore ordinario di Diritto costituzionale
Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa



