A rischio il futuro della pecora zerasca?

Se ne è parlato in un convegno alle Stanze della Rosa a Pontremoli. In dieci anni si è passato da circa 4.500 capi a meno di mille

Da circa 4.500 capi a probabilmente meno di un migliaio, da una quindicina di allevatori a meno di dieci. Sono numeri impietosi quelli che raccontano la crisi di un prodotto di eccellenza del territorio, come quello della pecora zerasca. Tenendo conto che non stiamo facendo un raffronto su due dati molto lontani nel tempo ma questa parabola discendente si sta consumando nell’arco di un decennio.

Tante le problematiche che stanno facendo tremare allevatori locali e se ne è discusso in un convegno che si è tenuto al Teatro della Rosa di Pontremoli lunedì mattina. Un convegno organizzato dal professor Franco Marano, ex amministratore del comune zerasco, che mantiene vivo il suo legame con il territorio dell’alta Lunigiana.

Interventi di docenti universitari e degli allevatori del territorio
Il tavolo dei relatori al convegno. Da sinistra, Cinzia Angiolini, presidente del Consorzio della pecora zerasca, Achille Guastalli, presidente degli allevatori della Lunigiana, il professor Franco Marano, il professor Alberto Mantino e il professor Alberto Mele.
Il tavolo dei relatori al convegno. Da sinistra, Cinzia Angiolini, presidente del Consorzio della pecora zerasca, Achille Guastalli, presidente degli allevatori della Lunigiana, il professor Franco Marano, il professor Alberto Mantino e il professor Alberto Mele.

Nella sua introduzione Marano ha voluto ricordare come “la presenza della pecora zerasca abbia modellato nel corso dei secoli il paesaggio e l’economia del territorio” e che c’è la necessità di riscoprire l’ambiente naturale “il nostro petrolio verde, che può rappresentare un modello per lo sviluppo di questo comprensorio”. Concetti condivisi dalla vicesindaca, Clara Cavellini che ha ricordato come il settore turistico sia fortemente legato “anche a quello enogastronomico”.

Ma se su queste tematiche si poteva trovare un po’ di ottimismo, la relazione del professor Alberto Mele, dell’università di Pisa, ha portato sicuramente più ombre che luci sul futuro degli allevamenti ovini. Non solo nel nostro territorio ma “su scala nazionale. Certo il calo che si segnala in Toscana è davvero drammatico con una diminuzione di circa il 50% degli allevamenti ovini”. Una problematica che nasce da due fattori chiave “lo spopolamento delle aree montane con la riduzione dei prati pascolo che vengono assorbiti prima dalla macchia e poi dal bosco. Questo vuol dire non solo una diminuzione dei luoghi di pascolo ma anche una maggiore presenza degli animali predatori”.

Il complesso rapporto con il lupo

E inevitabilmente il discorso è quindi scivolato sul complesso rapporto con il lupo “la problematica non è legata solo al singolo attacco o alla perdita di capi. Il problema è che, per affrontare questa difficoltà si rischia di imporre un cambio paradigmatico agli allevatori. Quindi meno ore al pascolo, più tempo protetti nell’ovile, con conseguente aumento di costi per la struttura, per l’acquisto del foraggio, e più tempo per la cura del gregge”.

Soluzioni per risolvere il problema che non sono semplici da trovare come evidenziato dal professor Alberto Mantino “anche se bisogna riconoscere che la Regione Toscana in questi ultimi anni si è mossa con il progetto dello Sviluppo Rurale”. Uno dei progetti ipotizzati, ha evidenziato Achille Guastalli, presidente degli allevatori della Lunigiana è quello di utilizzare la tecnologia per aiutare la pratica della pastorizia (anche se in realtà al momento sono funzionali solo in pianura e con la presenza di grandi greggi) e di attuare un controllo dei predatori.

Da parte degli allevatori, rappresentati anche da Cinzia Angiolini, presidente del Consorzio della pecora zerasca, c’è stata quindi la richiesta di attenzione da parte della politica e degli enti locali per invertire il rischio della scomparsa della pecora zerasca.

(Riccardo Sordi)

Storia e caratteristiche della pecora zerasca

La pecora zerasca è una razza che è riuscita a mantenere intatte nel tempo le sue caratteristiche in virtù dell’isolamento della Lunigiana e di quest’area in particolare. È una pecora rustica, di taglia medio-grande, con la testa proporzionata; a volte ha corna ben sviluppate, il manto è bianco. Il latte è ricco di elementi nutritivi: il contenuto in proteine, in particolare, è superiore a ogni altra razza ovina.

L’Agnello di Zeri (derivato dalla pecora zerasca) è un Presidio Slow Food Fondazione Slow Food nato per tutelare questa razza autoctona della Lunigiana. Il Consorzio per la valorizzazione e la tutela della pecora e dell’agnello di Zeri è stato istituito nel 2001, garantendo un disciplinare severo sull’allevamento semibrado e la produzione