Domenica 11 ottobre – XXVIII del Tempo Ordinario
(Is 25,6-10a Fil 4,12-14.19-20 Mt 22,1-14)
In questa domenica, la liturgia torna a ricordarci il banchetto che Dio prepara per i Suoi che spesso purtroppo non rispondono all’invito. Nella parabola il re ha provato molte volte ad invitare la gente alle nozze, ma non volevano venire, molti hanno preferito occuparsi di faccende personali, e altri hanno perfino ucciso gli emissari. Molte faccende della nostra vita sembrano più importanti della chiamata di Dio, pensiamo che la priorità sia quella che abbiamo già programmato o progettato.
La festa invece che Dio ci prepara all’improvviso suona semplicemente un tempo sprecato. Che ironia, ma purtroppo è vero. Quante volte abbiamo scelto di seguire strade o sogni che all’inizio sembravano molto promettenti ma che nascondevano un futuro del tutto difficile che rifiutavamo di vedere. In realtà il profeta Isaia parla di un banchetto di vini raffinati e di cibi succulenti, ma dice anche dello strappo del velo che copriva la faccia di tutti popoli.
Quindi non è solo un invito al banchetto, ma anche un’occasione per liberarli dalla tristezza, dalla visibilità che cercano altrove. Gli invitati al banchetto non sono pronti, pertanto hanno perso e la festa e l’occasione di essere liberati dal peso che li schiacciava. Al loro rifiuto, il padrone ordinò che venissero radunati al suo banchetto cattivi, buoni.
La sala si riempie di commensali. Ma quando il re entra, trova uno senza l’abito nuziale che non riesce nemmeno a dire il motivo per il quale è presente con i commensali senza l’abito. La parabola che Gesù racconta vuole mettere in luce due categorie di persone, quelle che non accettano l’invito e quelli che rispondono ma non si adeguano al banchetto.
O siamo quelli che non credono e quindi preferiscono affidarsi alle proprie risorse e capacità limitate. Presto o tardi quelli si accorgono di vivere per inerzia, aggrappati a cose che non proccurano altro che tristezza, e desolazione. Quelle persone o diventano strumenti del maligno compiendo continuamente ogni malvagità o finiscono a non vivere più ma a vivacchiare.
La seconda categoria forse è anche peggiore della prima, sono quelli tiepidi in realtà. Sembrano aderire all’invito del padrone, arrivano al banchetto ma senza l’abito. Praticamente sono quelle persone che vivono tutti giorni in presenza di Dio ma senza mai goderne. Sono come il figlio maggiore che è rimasto a casa con il padre ma senza vivere mai la casa (Lc15, 29-32). È come stare continuamente vicino ad una fortuna senza attingervi e vivere miseramente.
I cristiani corrono spesso quel rischio, fanno il possibile per incontrare il Signore, lottano per stare con Lui ma preferiscono non partecipare alla gioia che viene loro offerta, perché non sono ancora liberi dalle loro personali sicurezze, paradigmi o concetti spesso soggioganti. Dovremmo chiedere al Signore di liberarci da ogni pensiero, prassi, o concezioni che ci tengono ancora schiavi e ci impediscono di venire e vivere al meglio il banchetto che ci prepara spesso per restaurarci dalla fatica, dall’insoddisfazione che ci obbliga ad una vita frenetica.
Don Jules Ganlaky



