Domenica 4 ottobre – XXVII del Tempo Ordinario
(Is 5,1-7 Fil 4,6-9 Mt 21,33-43)
In questa parabola, come diceva il grande Giovanni Crisostomo, si intrecciano molte tematiche; la prima, più evidente, è l’ingratitudine dei contadini espressa nella loro straordinaria ostinazione e violenza, la grande cura del padrone per la sua vigna e la sua pazienza.
Le parabole che Gesù racconta per spiegare meglio la Sua identità e la Sua missione descrivono tutte qualcosa del Suo rapporto con il Suo popolo. L’uomo della vigna in un certo qual modo sembra ingenuo. Dopo diversi tentativi falliti per ricuperare il raccolto della sua vigna, decide di mandare il proprio figlio pensando che avrebbero avuto rispetto per lui. Ovviamente si sbagliava.
La violenza crescente dei contadini descrive come l’uomo può diventare un mostro prima o poi se prende gusto al male. Il desiderio smodato del possesso può trasformare l’uomo in un animale che non riesce più a ragionare. Ma la parabola mette l’accento su due cose importanti. La prima riguarda la continua pazienza del padrone della vigna che non ha smesso di dare l’occasione ai contadini di restituire il raccolto che non apparteneva loro.
Il padrone sembra conoscere, o comprendere l’atto ingiusto e violento dei contadini. Lui prova a farli ragionare, e a riprendere coscienza dell’essere solo contadini ai quali viene affidata la vigna; di non essere i padroni e che dovrebbero restituire il frutto, il raccolto.
Quando cominciamo a vivere da padroni come se fossimo artefici della nostra esistenza, non riusciamo più a fermarci di fronte al male. In quelle situazioni tendiamo a giustificare ogni azione malvagia pur di ottenere quello che desideriamo. Il secondo punto che la parabola vuol sottolineare è la salvezza di quelli che sembrano non chiamati o non privilegiati.
I contadini ai quali viene affidata la vigna non riescono ad essere fedeli, così la vigna passa ad altri. I contadini hanno disprezzato il padrone della vigna, l’hanno scartato ma lui risulta l’unico che poteva essere loro utile. Il padrone della vigna dà la possibilità ad altri di lavorare alla sua vigna, a quelli che prima non sembravano affatto adatti o che forse non avevano nessuna cognizione del lavoro da contadino. Le vie del Signore non sono le nostre.
Gesù conclude la parabola dicendo: a voi sarà tolto il regno e sarà dato ad un popolo che produca frutti. Nel corso della vita spesso siamo come i contadini che hanno ricevuto dal Signore la grazia di lavorare nella Sua vigna, e purtroppo ci atteggiamo a padroni tanto da giudicare l’operato degli altri perfino diventando motivo dell’allontanamento delle persone con le critiche distruttive e le maldicenze. Molti si atteggiano a santi e si sentono in diritto di giudicare chi può o non può venire in chiesa. Stiamo attenti a non sprecare o disprezzare la grazia che ci è data e la pazienza del Signore altrimenti rischiamo di trovarci prima o poi fuori dalla vigna senza nemmeno accorgercene, perché siamo sterili e non produciamo nessun frutto tranne la cattiveria che diffondiamo con la nostra lussuria.
Don Jules Ganlaky



