L’anima rubata dell’Europa
Francia, il 6 ottobre 2026: una folla numerosa si riunisce per una manifestazione pacifica di studenti e sindacati nel centro di Bayonne
Francia, il 6 ottobre 2026: una folla numerosa si riunisce per una manifestazione pacifica di studenti e sindacati nel centro di Bayonne (Foto AFP/Sir)

Ci sono diversi modi di osservare l’ondata di protesta giovanile e popolare che sta investendo in questi giorni Francia e Spagna, o quelle della scorsa estate in Albania. Di fronte ad un’Europa percorsa da evidenti tensioni sociali, si può evitare di parlare delle manifestazioni, come fanno i principali mezzi di informazione italiani; o si può scegliere di parlarne solo per mettere in evidenza le violenze, così da alimentare i sentimenti benpensanti di chi pretende un’adesione acritica a convenzioni sociali immutabili; oppure si cerca di cogliere i significati più profondi che emergono dalla realtà dei fatti.

La Spagna della crisi abitativa delle grandi aree urbane, dove gli affitti sono aumentati anche del 90% in dieci anni a causa della speculazione immobiliare dei grandi fondi e del proliferare delle case vacanze, o la Francia, in cui gli studenti contestano decadenza della scuola e le prospettive di chiamata alle armi e i vigili del fuoco denunciano i tagli ai servizi pubblici, mettono in evidenza la deriva dell’Europa degli ultimi 25 anni, oggi messa in discussione da movimenti che vanno oltre una mera opposizione di maniera e sfidano i rapporti di forza nella società europea.

Le contestazioni di massa mostrano la crisi un Continente ostaggio di un capitalismo ingordo che ha imposto un ideologico primato del mercato al posto del modello sociale europeo e che, dopo aver tagliato i servizi pubblici e determinato il declino tecnologico e industriale europeo, oggi cerca di uscire dalle prospettive di stagnazione proponendo esplicitamente il business del riarmo come prioritario rispetto al welfare state. Favorito dall’idea che a questo modello fatto di austerità non ci siano alternative, il turbocapitalismo ha occupato anche gli spazi politici.

Il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron

Non è un caso se Macron è stato il dirigente di una banca d’affari e Merz del più grande fondo di investimento del mondo, per tacere di tutti i leader europei transitati prima o dopo la carriera politica nei posti di comando della finanza globale.

È il trionfo di un establishment unito nella demonizzazione di chi contesta il sistema (lo si è visto anche in questi giorni di proteste) ma che confligge in modo assai più blando – quando non le supporta esplicitamente, come nel caso dei tecnomiliardari Elon Musk e Peter Thiel – con quelle estreme destre suprematiste di tutto il mondo che il Papa ha recentemente definito «non espressione del cristianesimo». La violenza dai tratti nichilisti va condannata, ma fermarsi a questo significa guardare il dito e non la luna, quella di una tecnocrazia che con i suoi algoritmi e il mito della razionalità (economica e non solo) riduce l’uomo a un mero oggetto e subordina l’etica e la dignità della persona al profitto e al potere di un sistema dominante che sta rubando l’anima all’Europa.

Davide Tondani