Mons. Fenocchio: un episcopato in equilibrio  tra la fedeltà ai principi e  le sfide del cambiamento
Mons. Giuseppe Fenocchio (1904-1996)

«In un trionfo di sole e in un tripudio di cuori il Vescovo di Pontremoli è entrato nella sua Diocesi» è il titolo con il quale il Corriere Apuano rende conto della presa di possesso della Diocesi da parte di Mons. Fenocchio, il 3 aprile 1955, domenica delle Palme.
In Cattedrale a rendere omaggio al nuovo vescovo c’erano tutte le autorità civili: il sindaco Serni e altri sindaci della Diocesi, il presidente della provincia Guidoni, il Prefetto e parlamentari del territorio, tra i quali il Presidente della Camera Giovanni Gronchi «che Pontremoli – lo omaggiò il vescovo – si gloria di annoverare tra i suoi più illustri cittadini» e che 26 giorni dopo sarà eletto Presidente della Repubblica. Assieme al clero e al Capitolo della Cattedrale, c’erano gli istituti caritativi e religiosi «che ingemmano la Diocesi», l’Azione Cattolica «pupilla dei miei occhi», i seminaristi «cuore del cuore del Vescovo».

Pontremoli, 2 luglio 1983: Mons. Giuseppe Fenocchio all’uscita dalla Cattedrale al termine della solenne celebrazione nella festa della Madonna del Popolo; fu quello il suo commiato alla Diocesi di Pontremoli.

Mons. Fenocchio rivolse un saluto pure alle famiglie pontremolesi «sparse nel mondo». Il presule sapeva delle migliaia di lunigianesi che avevano preso la via dell’emigrazione nei decenni post-unitari e di quelli che in quegli anni partivano verso le grandi città italiane del boom industriale. Le visite alle comunità lunigianesi in Italia e all’estero saranno uno dei tratti significativi dell’episcopato di mons. Fenocchio.
Il suo cammino in Lunigiana iniziava dopo mesi non facili per la Diocesi. Gli ultimi tempi dell’episcopato di mons. Giovanni Sismondo «che 25 anni di indefesso lavoro, di immensa carità e di eroica dedizione hanno legato per sempre alla riconoscenza e all’affetto della Diocesi nostra» furono travagliati, tra l’indebolirsi dell’anziano “defensor civitatis”, frizioni nel clero e una visita apostolica della Santa Sede. Circostanze che lasciarono strascichi che il presule ligure ereditò e che, a distanza di tanto tempo, richiederebbero l’abbandono della riservatezza per fare spazio ad una franca ricostruzione storica.

La posa della pietra da parte del vescovo di Pontremoli, mons. Fenocchio

Non solo: nel periodo di sede vacante le parrocchie di Albiano Magra e Caprigliola passarono alla Diocesi della Spezia, di cui era titolare monsignor Stella, che proprio in quei mesi era amministratore apostolico della Diocesi Apuana.
I malumori tra il clero per come maturò la perdita delle due parrocchie risuonarono anche in un diplomatico passaggio dell’indirizzo di saluto del sindaco Serni: «il recente breve periodo di sede vacante – furono le parole del primo cittadino all’indirizzo del Vescovo – ha dimostrato che senza la presenza vigile e continua di un padre amoroso e santo, Pontremoli non può conservare il primato di responsabilità cristiana che la storia le ha affidato sull’Alta Lunigiana»

Il presidente della Repubblica Gronchi a Pontremoli tra il sindaco Serni e il vescovo Fenocchio

Proprio il sindaco, all’interno di quella celebrazione di benvenuto dagli accenti più pontremolesi che diocesani, auspicò che il nuovo Vescovo riuscisse a «conciliare la duplice esigenza di una schietta coerenza religiosa e di una vibrante modernità», sapendo cogliere una tensione tra conservazione e cambiamento che emergeva in quegli anni.
Quella tensione non tardò a manifestarsi anche nella Diocesi guidata da mons. Fenocchio: nella scissione di Torre Civica dalla Dc pontremolese – un fatto non solo politico, che produsse lacerazioni nel clero e tra i fedeli –, nelle inquietudini di parte del clero e nel dissenso cattolico dopo il Concilio, nelle prospettive di soppressione della sede episcopale in un’ottica di razionalizzazione delle diocesi italiane.
Elementi, questi ed altri minori, che collocano i 28 anni dell’episcopato di mons. Fenocchio proprio in quel difficile crinale tra la fedeltà ai principi e le sfide del cambiamento di tre decenni di tumultuose trasformazioni sociali e del costume che toccarono tanto l’Italia quanto la periferica Lunigiana.

Davide Tondani