“Sazi di giorni” all’appuntamento con la morte, misura della nostra vita

La conferenza della prof.ssa Luisa Fantinel per l’inaugurazione del nuovo Anno Accademico dell’UniTre Pontremoli-Lunigiana

L’affresco nel coperchio del sarcofago della Tomba del Tuffatore a Paestum (foto da Wikipedia)

C’è voluta tanta lungimiranza e anche una certa temerarietà nel proporre per l’apertura dell’Anno Accademico dell’Università delle Tre Età Pontremoli-Lunigiana il tema della fine della nostra esistenza su questa terra. “L’arte di morire (e di vivere)” era infatti il titolo della conferenza che la prof.ssa Luisa Fantinel (Università di Padova) ha tenuto nel pomeriggio di sabato 11 ottobre a Pontremoli.
Una scelta che si è rivelata davvero azzeccata, come hanno testimoniato le tante persone che hanno affollato le Stanze del Teatro della Rosa e l’attenzione che la platea ha dimostrato ascoltando le parole della storica dell’arte e arteterapeuta (l’attività di promuovere il benessere psicofisico attraverso l’arte) veneta.
Quanto è difficile accettare la dimensione della morte? Come si può accogliere l’espressione di San Francesco verso “sorella morte”? Come è possibile lenire l’angoscia dell’inevitabile trapasso morendo “sazi di giorni” come i vecchi patriarchi?

La prof.ssa Luisa Fantinel a Pontremoli

Quello che la prof.ssa Fantinel ha proposto è stato un lungo, coinvolgente e per molti aspetti sorprendente viaggio nel modo di vivere la morte dalle epoche più remote ad oggi. Partendo dalle prime rappresentazioni grafiche della storia dell’umanità, passando per le testimonienze archeologiche delle isole Cicladi per arrivare alle straordinarie Tombe dei Giganti della Sardegna, costruite perché l’anima del defunto potesse avere un percorso attraverso il quale uscire e tornare a unirsi all’universo.
Affascinante il “mito del sentiero scintillante”, quello che ciascuno di noi può vedere in riva al mare, all’alba o al tramonto, quella scia di luce che ci mette in comunicazione con il sole; un mito antico nel quale emerge la figura del polpo (essere al quale è da sempre stata riconosciuta una notevole intelligenza) che si incarica di accompagnarci e di traghettare l’anima nel nostro viaggio; un’immagine potente, fissata sui crateri minoici o micenei di 3500 anni fa.

Il pubblico alla conferenza di apertura dell’Anno Accademico dell’UniTre Pontremoli-Lunigiana

Immagini rassicuranti, tipiche di culture nelle quali la vecchiaia non era la stagione che precede la fine della vita ma quella nella quale la vita stessa fruttifica e dove la considerazione del tempo spesso era quella circolare, come nel divenire delle stagioni dell’anno quando la vita si rigenera.
Fra le numerose immagini mostrate dalla prof.ssa Fantinel, quella più forte, più evocativa, più carica di significati è stata tuttavia il “Tuffatore” di Paestum, raffigurato nella faccia interna del coperchio di un sarcofago, splendido esempio di arte “funeraria” prodotto nella Magna Grecia del V sec. a.C. Un affresco per il defunto, la morte raffigurata come un tuffo, il momento nel quale – ha spiegato la storica dell’arte – si prova quel misto di eccitazione e timore, un atto che richiede grande fiducia, ma che una volta entrati nell’acqua ci regala la sensazione del nostro corpo che muta.
L’istante del tuffo è quindi quello nel quale decidiamo di affidarci: senza paura. Quel tuffo, la morte, è il nostro limite naturale, la misura della nostra vita, il giorno nel quale ciascuno di noi potrà dunque abbandonarsi a “Sorella Morte”, senza resistere, senza angoscia e quindi senza agonia.

Paolo Bissoli