Si giocano sulla  transizione ecologica i futuri equilibri politici europei

Il Parlamento europeo ha approvato la bozza di Regolamento sul ripristino della natura.
L’approvazione sul filo di lana del regolamento sul ripristino della natura vede spaccarsi popolari europei e liberali. Misure di intervento sugli habitat naturali per il 20% delle superfici terrestri e marine dell’Ue entro il 2030

Una assemplea plenaria del Parlamento Europeo (foto SIR/Marco Calvarese)

Sulla transizione ecologica l’Unione Europea tira dritto. Tra pressioni altissime sulle istituzioni comunitarie, divisioni politiche tra i partiti e tra gli Stati membri, è stato posto un altro mattone del “green deal” promosso dalla Commissione Von der Layen a inizio mandato, nel 2019.
La settimana scorsa, infatti, il Parlamento europeo, con una votazione sul filo di lana, ha approvato la bozza di Regolamento comunitario sul ripristino della natura. Con questo provvedimento – una vera e propria legge che entra in vigore senza l’intervento dei parlamenti nazionali – la Commissione europea punta a “riparare” l’80% degli habitat europei che versano in cattive condizioni e a riportare la natura in tutti gli ecosistemi, forestali, agricoli, marini, di acqua dolce e urbani.
Molto strette le scadenze: le misure di ripristino dovranno coprire almeno il 20% delle superfici terrestri e marine dell’Ue entro il 2030 e l’80% entro il 2050. Gli obiettivi proposti dall’esecutivo europeo comprendono: l’inversione del declino delle popolazioni di insetti impollinatori entro il 2030 e, successivamente, l’aumento di queste popolazioni, anche attraverso una regolamentazione più rigida sull’uso dei fitosanitari in agricoltura.
Sempre entro il 2030, la realizzazione di elementi paesaggistici ad alta biodiversità su almeno il 10% della superficie agricola utilizzata e la rinaturalizzazione del 15% dei fiumi nella loro lunghezza; nessuna perdita netta di spazi verdi urbani entro il 2030 e un aumento del 5% entro il 2050; una copertura arborea minima del 10% in ogni città e un guadagno netto di spazi verdi integrati negli edifici e nelle infrastrutture.
Negli ecosistemi agricoli, l’aumento complessivo della biodiversità e una tendenza positiva per le farfalle, l’avifauna nelle aree agricole.
Tutto ciò si inserisce nel solco delle proposte che la Commissione europea ha adottato per trasformare le politiche dell’UE in materia di clima, energia, trasporti e fiscalità, in modo da ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990: un obiettivo ambizioso, finanziato con un terzo dei 1.800 miliardi di euro di investimenti del piano per la ripresa Next Generation EU e il bilancio settennale dell’UE.
Su di un tema così importante ci si sono state divisioni politiche di estrema rilevanza per il futuro dell’Unione Europea, che hanno avuto per teatro i due organismi (Parlamento e Consiglio) deputati a discutere le iniziative proposte dalla Commissione.
Al Consiglio europeo dei Ministri dell’Ambiente del 20 giugno, Italia, Finlandia, Polonia, Paesi Bassi e Svezia (che tra l’altro è alla guida semestrale dell’Ue) hanno votato contro, mentre Austria e Belgio hanno deciso di astenersi.
Un “no” insufficiente a fermare il provvedimento in quanto per il via libera era sufficiente la maggioranza qualificata di 15 paesi su 27, in rappresentanza di almeno il 65% della popolazione Ue, ma sostenuto da una coalizione di Paesi a vocazione agricola – contrari anche i sindacati dei coltivatori, i quali sostengono che il provvedimento metterebbe a repentaglio la sopravvivenza dell’agricoltura e la sovranità alimentare europea – e di Stati con maggioranze politiche scettiche sul tema ambientale.
In Parlamento, il 12 luglio, la bozza di regolamento è passata con uno scarto ridottissimo. Protagonista dell’opposizione al provvedimento è stato il Ppe, il gruppo più numeroso, che da mesi ha fatto di questa proposta il suo più importante bersaglio politico.
Per la famiglia del centrodestra gli obiettivi della legislazione “mettono a rischio la sicurezza dell’Ue” e la valutazione d’impatto non chiarisce nei fatti quali potrebbero essere le ricadute della strategia sulla produzione agricola e sul costo della vita.
Sono in molti a vedere in tutto ciò una mossa politica in vista delle elezioni europee del 2024, per trovare consenso nell’elettorato agricolo e per saldare una nascente alleanza con i conservatori.
Ma nella seduta plenaria il quadro è stato ribaltato: la proposta di respingere il testo della Commissione non è passata e il Parlamento ha approvato la bozza di regolamento con 336 voti favorevoli, 300 contrari e 13 astenuti.
Determinanti sono stati la spaccatura dei liberali e soprattutto 21 “dissidenti” del Ppe, contrari alle indicazioni del gruppo e alla linea politica troppo schiacciata “a destra”, mentre le destre hanno votato compatte contro il provvedimento.
Per il testo finale del regolamento, Parlamento e Consiglio UE procederanno a un negoziato per arrivare a un testo condiviso nei prossimi mesi, mentre sul piano politico si attende di vedere quali ripercussioni il voto avrà sulle future alleanze in vista delle elezioni di giugno e della formazione della nuova Commissione europea, dopo che la maggioranza che sostiene Ursula Von der Layen è uscita di fatto spaccata su una proposta qualificante del proprio programma di governo.

(Davide Tondani)