Nel secondo dopo guerra l’avvio di un’esperienza che sarà riconosciuta solo dal Vaticano II

Negli ultimi venti anni del XIX e nei primi venti del XX secolo, in particolar modo in Francia, si registra un allontanamento tra la Chiesa ed il mondo operaio. Durante le due guerre mondiali emergono uomini capaci di iniziare a ricucire il rapporto perduto. Nella prima guerra molti giovani sacerdoti sono chiamati sotto le armi. Il partecipare alla vita nelle trincee, alla morte nelle azioni, alla vicinanza nelle attese, al servizio per la cura dei feriti li porta a ricomporre, in parte, il rapporto perduto e nel contempo ad una presa di coscienza delle estreme difficoltà della vita degli operai e delle loro famiglie.
Tra le due guerre ottiene indiscusso e immediato successo l’organizzazione di giovani lavoratori cristiani “Jeunesse Ouvrière Chrétienne”, fondata in Belgio da Joseph-Léon Cardijn. Durante la seconda guerra mondiale, le autorità tedesche utilizzano molti uomini del territorio occupato per ottenere, volontariamente o meno, forza lavoro gratuita. Alcuni sacerdoti seguono i deportati anche se è stata vietata la presenza di cappellani.
Non pochi pagano con la deportazione e la vita questa scelta; il libro del p. H. Perrin – Journal d’un prêtre ouvrier en Allemagne – e le lettere del p. V. Dillard, morto a Dachau, testimoniano la loro esperienza. Il domenicano padre M.R. Loew nei primi anni di guerra lavora a Marsiglia tra gli scaricatori di porto.
Gli è subito evidente la durezza e la scarsa remunerazione del lavoro, ma più di tutto, lo colpisce la vita familiare dei lavoratori: catapecchie, promiscuità, miseria e sporcizia. Decide così di condividere la loro vita. Nel 1943 i padri H. Godin e Y. Daniel consegnano all’arcivescovo di Parigi Suhard un rapporto dal titolo “France, pays de mission?”.
Il testo evidenzia che i francesi, in particolar modo gli operai, vivono il cattolicesimo in modo superficiale. Per ovviare a questa situazione viene costituita la comunità missionaria che, nel 1952, nella zona parigina conta circa 30 preti operai, l’anno dopo i preti operai sono presenti in dodici diocesi nei dintorni di Parigi.
Il movimento dei preti operai non è stato monolitico. In Francia è stato presente soprattutto a Parigi e Marsiglia, in Italia in Toscana e a Torino. Il primo prete operaio italiano è il fiorentino don Bruno Borghi che, appena ordinato sacerdote, chiede al suo vescovo di lavorare.
Il retroterra in Toscana, a Firenze in particolare, è favorevole a tale esperienza. Vi opera il “sindaco santo” Giorgio La Pira, ne è arcivescovo Elia Angelo Dalla Costa, numerosi sono gli studi e convegni. In particolare, a ridosso delle elezioni amministrative del 1951, viene organizzato un convegno dal tema “Mondo operaio e cristianesimo”, durante il quale tra gli altri interventi spiccano quelli di Spartaco Lucarini, che ispirandosi a Maritain, sottolinea la responsabilità dei cristiani nella grande apostasia moderna, e di don Primo Mazzolari, che ne trova la causa nell’aver la Chiesa abbandonato il mondo del lavoro. “Tutto ciò che riguarda riti e sacramenti sono, per me sacerdote, dono alla comunità, per questo devo guadagnarmi in altro modo il necessario per la mia vita”.
Così don Sirio Politi inizia la sua vita operaia a Viareggio, dapprima come manovale poi come carpentiere tracciatore. In seguito fonda una comunità mista, affiancata ad una parrocchia viareggina, per la quale transitano in molti, tra cui altri tre preti operai. Non stupisce che alcuni preti operai si occupino di sindacato in quanto si tratta di persone affidabili, di cultura e disponibili, che spesso prendono posizioni radicali e per questo invisi ai datori di lavoro. La Chiesa romana, che teme un avvicinamento dei preti operai al comunismo ed un raffreddamento con il mondo padronale, interviene con due provvedimenti nel 1954 e nel 1959.
Nel primo si concede unicamente di operare a fianco degli operai, nel secondo si stabilisce che i sacerdoti possano lavorare un giorno solo la settimana. Pochi anni dopo, il Concilio Vaticano II riconosce che uno dei mezzi per svolgere il ministero sacerdotale è il lavoro. La situazione operaia è oggi molto meno problematica ed anche i preti operai, molti in pensione, avranno il loro riconoscimento nel seminario proposto dal presidente della Cei, mons. Matteo Zuppi, nel prossimo mese di giugno.
(p.a.s.)



