Istituita dall’età di Carlo Magno, Ognissanti venne resa obbligatoria da papa Sisto IV nel 1475

I primi giorni di novembre sono spartiacque tra un vecchio e nuovo anno agricolo, finisce il raccolto dei frutti della terra e si semina il nuovo grano, un tempo i mezzadri “facevano San Martino” da un padrone all’altro; la Chiesa celebra due feste importanti che onorano tutti i Santi e i morti in stretto legame: riflettere sulla morte è infatti sempre atto religioso, decisivo tra credere all’eterno o al nulla.
La festa di tutti i Santi – martiri, testimoni di vita evangelica, ma anche gli sconosciuti – è stata istituita dalla Chiesa occidentale il 1° novembre dall’età di Carlo Magno e resa obbligatoria nel 1475 da papa Sisto IV.
Dei Santi si celebra la festa nel dies natalis, che è quello della morte-nascita alla vita ultraterrena. Nacquero i primi Martirologi che fusero in un unico elenco, nell’ordine dei giorni del calendario tutti i santi appartenenti alla chiesa universale che gli autori riuscivano a conoscere.
Il nuovo calendario liturgico del Concilio Vaticano II considera Ognissanti festa solenne e riconosciuta dallo Stato: in essa la Chiesa “proclama il mistero pasquale realizzato nei santi che hanno sofferto con Cristo e con Lui sono glorificati”. Il mondo dei morti non è tanto distante dal mondo dei vivi scrive il poeta irlandese Yeats; commemorare tutti i defunti appartiene alla cultura universale secondo tradizioni e ritualità anche molto diverse. In Irlanda è festa familiare vissuta con forte sentimento di vicinanza. Il giorno dei morti si intreccia con quello di Ognissanti in cui già visitiamo i cimiteri, orniamo le tombe con fiori, soprattutto crisantemi simbolo di solarità, e ci ritroviamo fra parenti ed amici.
Le due feste congiunte sono ancora molto sentite, ovunque si riuniscono sulla tomba i membri vicini e lontani delle famiglie che tornano spinti da intime risonanze d’amore e di memorie: è il foscoliano bisogno di “parlare col cenere muto”.
La presenza dei morti accanto ai vivi è una suggestione emotiva nel poeta Pascoli. La donna amata come una volta si siede sulla “ panchetta” e “con un sospiro la cassa / tira del muto pettine a sé”, ma è morta “io non son viva che nel tuo cuore” e la morte è rifugio e riposo (La tessitrice). Il romagnolo poeta si ricorda che in Romagna si raccomandava la sera dei Santi di non lasciare stesa la tovaglia bianca perché “vengono i morti, i tristi, i pallidi morti!” sentiti dapprima come una presenza inquietante, paurosa e poi buona (La tovaglia).
Nei nostri paesi gli anziani ricordano che in famiglia si recitava il Rosario e che si mettevano lenzuola pulite nel letto per un’accoglienza serena dei propri morti.
Si fa festa anche con il cibo: in Sicilia e in altre regioni del Sud il 2 novembre si mangiano le “ossa dei morti”, gustosi dolci di mandorla e a Trieste le pasticcerie si riempiono di “fave dei morti”. è stata credenza anche in Italia che i morti portino la vita, in Sicilia si dice che i defunti, nella notte a loro consacrata, portano doni ai bambini. I primi cristiani cominciarono a onorare i loro defunti e li seppellivano nelle catacombe al tempo della chiesa perseguitata, poi nelle necropoli suburbane, quando le scorrerie dei barbari le resero insicure le sepolture furono portate all’interno delle chiese o negli immediati dintorni.
La commemorazione dei defunti fu stabilita dai monaci benedettini nel sec.X. La data del 2 novembre appare per la prima volta nel sec. XIV sottolineando la comunione della chiesa che prega con le anime che si purificano per diventare degne di salire al cielo. (m.l.s.)



