“Mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato”: le lettere di Aldo Moro ai politici

Maggio 1978, , presidente della DC, durante i 55 giorni di prigionia ostaggio delle BR. La prima fu al ministro degli Interni, Francesco Cossiga

Aldo Moro con Benigno Zaccagnini
Aldo Moro con Benigno Zaccagnini

Passarono poco meno di due ore dalla strage di via Fani e dal rapimento dell’On. Aldo Moro che ben sei telefonate rivendicarono a nome delle Brigate Rosse attentato e sequestro. Durante i 55 giorni di detenzione a partire dal 16 marzo al 9 maggio 1978, il presidente della DC fu trattato dai suoi carcerieri come “prigioniero politico”.
Sottoposto ad un processo stringente, avvenuto in condizioni di assoluta restrizione fisica, e a rilevanti condizionamenti psicologici, ebbe modo di comunicare, attraverso lettere, con la propria famiglia, con i più alti rappresentanti del Governo e delle Istituzioni e con chi era alla guida della DC.
L’elevato numero delle missive di Moro, circa 83, di cui alcune mai recapitate, altre scritte in più versioni e rinvenute in anni successivi al sequestro nel covo di via Montenevoso a Milano nel 1990, vanno lette e interpretate alla luce di quanto contenuto nei 9 comunicati fatti pervenire dalle BR durante la sua detenzione. In questa succinta riflessione, fare una comparazione non è possibile per l’entità e la complessità dei concetti espressi dai carcerieri e dal loro detenuto.
Il pensiero di Moro appare, però, in tutta la sua dimensione di persona trattenuta ed impedita, determinata a chiedere giustizia attraverso un’azione umanitaria da parte dello Stato che lo restituisse agli affetti più cari, ma sempre volto alla preghiera e al conforto di Dio.
Il primo documento di Moro che esce dalla “prigione del popolo” è rivolto a quello che viene definito dalle BR “capo degli sbirri”, il ministro degli Interni Cossiga. Così si esprime il detenuto: “Sono considerato un prigioniero politico sottoposto come Presidente della DC ad un processo diretto ad accertare le mie trentennali responsabilità… In verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui devo rispondere”.

Aldo Moro con Francesco Cossiga
Aldo Moro con Francesco Cossiga

Certamente non è un messaggio conciliante né dalle prospettive ottimistiche; contiene piuttosto un chiaro ed inequivocabile avvertimento, trovandosi egli “Sotto un dominio pieno ed incontrollato…Con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa”. La lettera accenna, come più volte l’on. Moro farà in altre occasioni rivolgendosi al Presidente della Repubblica Leone, ai Presidenti del Senato e della Camera, Fanfani e Ingrao, al presidente del Consiglio Andreotti, ad influenti amici di partito come Piccoli e Misasi, ad uno scambio tra lui e qualche “prigioniero politico” indicato dalle BR.
Nelle prime due settimane seguite all’agguato, si è già delineato il quadro drammatico della situazione, dal quale si evidenziano non solo le intenzioni dei carcerieri, ma la reazione disperata del prigioniero. Moro si rivolge con un crescendo di sollecitazioni angoscianti principalmente all’on. Zaccagnini, segretario politico della DC, profondamente risentito per il precipitare degli eventi, attribuendo alla classe dirigente della DC le responsabilità di giungere alla risolutiva e agognata soluzione umanitaria che favorisse la sua scarcerazione. “Moralmente sei tu ad essere al mio posto, dove materialmente sono io… Un così tremendo problema di coscienza riguarda innanzi tutto la DC, prospettando la liberazione di prigionieri di ambo le parti. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la DC… Il mio sangue ricadrebbe su di voi, sul partito, sul Paese”.
Negli ultimi giorni della sua detenzione, convinto ormai di essere stato abbandonato, scrisse di voler lasciare il partito rinunciando ad ogni incarico. La linea della fermezza, rappresentata dal Partito Comunista, da cui Moro si sentì tradito, da buona parte della DC e dallo stesso Governo, prevalse su quella della trattativa interpretata dal partito Socialista di Craxi, dalla sua famiglia, dalla Chiesa e dagli amici più intimi, lacerando la classe politica e l’opinione pubblica italiana.
La posizione contraria ad ogni trattativa umanitaria, inoltre, sosteneva che i messaggi inviati dal detenuto Moro non potessero essere considerati espressione della sua libera volontà e del suo pensiero autentico e questo non fece che acuire la tensione.
Il 5 maggio di quell’anno fu reso noto l’ultimo dei bollettini di guerra delle BR “Concludiamo questa battaglia… eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato”. A distanza di quarant’anni c’è da chiedersi che cosa rimane di oscuro nella ricostruzione di quegli eventi fatta dagli inquirenti e dalle dichiarazioni rese dai brigatisti nei numerosi processi a loro carico.
Le versioni dei terroristi, per dirla con lo storico Pietro Scoppola, non sono assolutamente credibili: la vicenda rimane non chiarita, rappresenta una parte oscura nella storia della Repubblica “intessuta per decenni da poteri occulti, servizi segreti deviati, con la complicità di Organi ed Istituzioni statali che avrebbero dovuto tutelare la legalità costituzionale”.

Pierangelo Coltelli

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