Si complica il rientro dei cristiani nella Piana di Ninive

Tornare o partire per sempre?

piana_niniveSituazione di stallo in Kurdistan, dove il passaggio di consegne tra le truppe Peshmerga e l’esercito iracheno per il controllo della Piana di Ninive non sembra ancora essere avvenuto. L’accordo sul ritiro delle milizie curde era stato siglato lo scorso 29 ottobre ma le recentissime dimissioni del presidente curdo Masoud Barzani, l’opposizione di Baghdad, insieme a quella di Iran, Turchia, Usa e Ue, hanno stoppato i sogni indipendentisti curdi. Un impasse che rischia di trasformare la Piana, e i suoi villaggi da tempo abitati dai cristiani, in un campo di battaglia tra i curdi indipendentisti e l’esercito regolare iracheno. A farne le spese ancora una volta potrebbero essere decine di migliaia di famiglie cristiane che già furono costrette alla fuga dai loro villaggi e da altri centri vicini nell’estate del 2014, dopo l’avanzata dei jihadisti dello Stato Islamico e che attendono di rientrare nei loro villaggi.
Vivere sulla possibile linea di fronte, in una Piana di Ninive divisa tra curdi e iracheni, per i cristiani rappresenta l’ennesima sfida da affrontare, come racconta il sacerdote caldeo di Mosul, padre Paolo Mekko: “Oggi la preoccupazione più grande è quella di un conflitto tra i due eserciti. Non sappiamo quando potrà accadere. In questa situazione, appare davvero difficile prevedere il rientro dei cristiani nei villaggi. Nonostante tutto il morale dei fedeli è buono, come testimoniano le tante richieste che ci arrivano da parte di famiglie che vogliono ricostruire la loro abitazione per potervi fare rientro. C’è bisogno di aiuto economico per dotare le case del necessario per viverci ma anche di sostegno morale”.
Gli appelli all’unità del Paese e alla riconciliazione del patriarca caldeo, Louis Raphael Sako, sono rimasti inascoltati. A far sperare non sono tanto i numeri dei cristiani rientrati, circa 5 mila famiglie, quanto la voglia di tornare: “Perché tutti i cristiani tornino serve sicurezza. Il rischio che riprenda l’esodo verso l’estero è reale e questa volta sarebbe letale per la sopravvivenza del Cristianesimo in Iraq”.
“Siamo rifugiati nella nostra stessa terra”, è la sintesi del momento fatta da padre Benham Benoka, sacerdote siro-cattolico che assiste le famiglie cristiane sfollate ad Erbil. In attesa che “qualcosa accada” resta una speranza, che è quella di tutti i cristiani iracheni: la visita del Papa in Iraq. Padre Benoka: “Papa Francesco venga tra di noi, anche solo per un’ora. La sua presenza potrebbe cambiare la politica di qui. Glielo chiediamo dal profondo del nostro cuore”.

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