La mamma, Leopolda Barsottini, era partita dall’Alta Versilia sul finire degli anni Venti

C’è tanta Italia in Argentina e, di conseguenza sono state centinaia, forse migliaia, le famiglie di origine italiana coinvolte nella tragedia del colpo di stato del marzo 1976 e della repressione del regime dello spietato dittatore Videla.
Tra le decine di migliaia di giovani “desaparecidos”, uccisi con lucida ferocia dalla dittatura militare, figura anche il nome di Oscar Guillermo, figlio di Leopolda Barsottini, toscana emigrata con i genitori quando aveva appena 6 anni da Levigliani, piccola comunità tra le montagne dell’Alta Versilia, all’ingresso dell’Antro del Corchia, oggi una delle località turistiche più frequentate delle Apuane.
“Polda” a Buenos Aires si era sposata con Juan Segalli e dalla loro unione era nato Oscar Guillermo, bambino che aveva dimostrato acutezza e portato agli studi fino all’iscrizione alla facoltà di architettura.
Nell’agosto 1976 viene arrestato con la fidanzata: l’accusa è di aver utilizzato i muri del quartiere della Boca per invocare la libertà per i prigionieri politici che, a poco più di quattro mesi dal golpe, sono già migliaia. Se la ragazza viene rilasciata alcuni mesi dopo, Oscar scompare nel nulla.
Mamma Leopolda è disperata, sa bene quello che sta accadendo, ma non ha paura dei militari e comunque non ha alternative: le notizie delle violenze e delle sparizioni definitive filtrano dal sistema organizzato dai militari che tuttavia non danno risposte alle tante richieste di notizie.

La donna, prova anche a far valere la propria cittadinanza italiana, ma è un’arma spuntata perché dall’Italia non arrivano iniziative adeguate nei confronti della giunta militare argentina. Di Oscar non saprà più nulla, definitivamente, nonostante Polda provi in prima persona a seguire le poche tracce dell’itinerario che il giovane ha compiuto nei trasferimenti da un carcere all’altro, detenzioni illegali, settimane di interrogatori e torture, che spesso si concludevano con una morte violenta.
Di fronte al muro del silenzio Polda unisce le proprie forze a quelle di tante altre donne. Inizia così l’esperienza delle “Madri di Plaza de Mayo” che sarebbe andata avanti per lunghi anni: un piccolo esercito di donne, tutte con il fazzoletto bianco in testa, che dal 30 aprile 1977 si ritrovano ogni settimana nella celebre piazza sulla quale si affaccia la Casa Rosada, sede del governo argentino.
Il movimento delle “Madri” ha proseguito la propria attività per decenni, alcune di loro hanno anche pagato con la vita il proprio attivismo. La stessa sorte i militari l’hanno riservata perfino a due suore francesi che cercavano di supportare il movimento.
Alice Domon, quarant’anni, uccisa in uno dei voli della morte sopra l’oceano nel 1977; con lei scompare anche la consorella più anziana, Marie Léonie Duquet, i cui resti sono ritrovati solo nel 2005 in una fossa comune a centinaia di chilometri da Buenos Aires. Prima dell’esecuzione le religiose erano state imprigionate e torturate.
Leopolda Barsottini se ne è andata nel 2008: è stata tra le ultime “Madri” ad arrendersi dopo anni di impegno senza riuscire ad avere notizie del figlio. Non sono mancati i suoi viaggi in Italia nella vana speranza di ricevere solidarietà e aiuto, lei cittadina italiana, dal suo Paese.
Ma la testimonianza diretta che ci ha portato è stata un contributo importante per alzare quel velo di silenzio che in Italia per troppi anni ha coperto una delle più grandi tragedie del Novecento, provocata da una dittatura troppo spesso tollerata o, peggio, supportata dall’Occidente.
(p. biss.)



