Cinquant’anni fa, con il colpo di stato dei militari, iniziava la feroce “guerra sporca” contro il dissenso

Nelle prime ore del 24 marzo 1976, in Argentina un colpo di stato abbatteva il governo democratico della presidente Isabel Martínez de Perón che meno di due anni prima era succeduta nella carica al marito. “Isabelita” era la terza moglie di Juan Domingo Perón: il suo fu un governo che si dimostrò debole e incapace di affrontare la difficile situazione sociale ed economica dell’Argentina.
Soprattutto venne condizionato dalle attività di personaggi molto influenti, ad iniziare dal segretario personale della “Presidenta” stessa, quel José López Rega organizzatore già in quei mesi della formazione paramilitare senza scrupoli “Tripla A”, l’Alleanza Anticomunista Argentina.

Il golpe di cinquant’anni fa messo in atto dai militari, che fino al 1977 avrebbero avuto anche il sostegno degli Stati Uniti, era guidato dal gen. Jorge Rafael Videla, già capo di stato maggiore e comandante delle forze armate, che assunse la carica di presidente, ponendo agli arresti domiciliari la vedova Perón che vi sarebbe rimasta per cinque anni prima dell’esilio forzato in Spagna.
Videla fu a capo delle giunte militari golpiste che si succedettero al potere: anni di terrore, caratterizzati da spietate politiche repressive con forti limitazioni delle libertà, arresti arbitrari, interrogatori, violenze e torture, fino all’eliminazione fisica di 30mila persone e il “rapimento” di centinaia di bambini dati illegalmente in adozione.

Al termine della dittatura e riavviato faticosamente il percorso democratico nel Paese, i processi a Videla iniziati nel 1985 si susseguirono negli anni, fra condanne e assoluzioni, per concludersi definitivamente solo nel 2012, un anno prima della morte del dittatore. Nonostante la destituzione del generale nel 1981, la dittatura militare, pur scossa al suo interno da conflitti tra le diverse componenti delle forze armate, proseguì nella sua politica di repressione del dissenso: alla guida si insediò prima il Capo di stato maggiore dell’esercito Roberto Eduardo Viola, poi il gen. Leopoldo Galtieri che si proclamò presidente a vita dell’Argentina.

Ma nel giro di pochi mesi, nel giugno 1982, venne travolto dal malcontento crescente in un paese in ginocchio e portato all’estremo dalla sconfitta nella guerra delle Falkland-Malvine. Una crisi irreversibile delle giunte militari alla quale, da tempo, gli Stati Uniti d’America avevano tolto quel sostegno accusati di aver garantito all’epoca del golpe dalla presidenza Nixon con il segretario di stato Kissinger.

I Mondiali di calcio del 1978 furono tra le operazioni di facciata e propaganda per mostrare al mondo l’immagine di un’Argentina il più possibile lontana da quella realtà che iniziava a mostrarsi grazie alle testimonianze di chi era riuscito a sfuggire agli arresti e sopravvivere alle torture.
In occidente arrivavano le immagini di stadi pieni di tifosi arrivati da tutto il mondo, di bandiere albicelesti con al centro il Sol de Mayo, il simbolo della rivoluzione di maggio del 1810. In Italia si festeggiavano le inattese prodezze della prima Nazionale di Bearzot, colpevolmente ignari che in quelle stesse settimane – e per anni ancora – le carceri traboccavano di prigionieri politici di entrambi i generi, soprattutto giovani, 30mila dei quali non avrebbero fatto ritorno.
Sono loro i “Desaparecidos”, uccisi in gran numero nei voli della morte, gettati cioè fuori dagli aerei militari che volavano ad alta quota sull’oceano o sulle aree desertiche dell’Argentina. Tra coloro che in buona misura fecero finta di non vedere, non sapere o comunque non misero in atto azioni decisive ci fu infatti anche l’Italia, che pure contava nel grande paese sudamericano milioni di discendenti di emigranti partiti da tutte le regioni della Penisola.
Anni dopo si saprà dei rapporti con la Loggia P2, con l’iscrizione alla stessa di esponenti della giunta militare argentina protagonisti del golpe e della “guerra sporca” contro gli oppositori. Tra i nomi che compaiono nella lista di Licio Gelli anche quelli tristemente noti dell’ammiraglio Emilio Eduardo Massera e del generale Guillermo Suarez Mason.
Paolo Bissoli



