“Prender messa” prima della riforma liturgica

Padre Enzo Bianchi nel suo libro “Il pane di ieri” offre uno spaccato della realtà della messa in Latino

Messa celebrata secondo il Messale Romano del 1962 (Foto da Wikipedia)

Uno degli argomenti più forti a sostegno del ritorno alla messa tridentina è la tesi secondo la quale «il rito moderno ha distrutto il senso del sacro». È innegabile che la riforma liturgica ha talvolta dato adito a esagerazioni e abusi, a superficialità praticate da sacerdoti e dall’assemblea, scelte musicali discutibili, omelie spesso a sfondo più sociologico che di fede, con riti che talvolta annullano il senso del mistero cristiano. Sono buoni motivi per promuovere un ritorno alla messa vetus ordo? La discussione è aperta, ma senza esaltare un passato spesso idealizzato.
Ad offrire uno spaccato della realtà della messa in latino è stato in anni recenti padre Enzo Bianchi, con il suo libro “Il pane di ieri” (ed. Einaudi, 2008). Nel capitolo “Prender messa” il fondatore della Comunità di Bose racconta la celebrazioni domenicale nel suo paese rurale delle Langhe. Vale la pena rileggerne alcuni brani. Per cominciare «già dalle dieci si formavano in piazza capannelli di uomini che parlavano tra loro, a volte ridendo e scherzando, ma più sovente lamentandosi del tempo, delle malattie nell’orto e nella vigna. In chiesa entravano solo donne, ragazze e qualche raro anziano devoto e così iniziava la messa cantata con molta convinzione e fervore, anche se quella gente semplice di campagna non capiva né quello che cantava in latino né tanto meno quello che, sempre in latino, diceva il prete».

Enzo Bianchi, a sinistra, con il Vescovo Mario

In questo contesto, proseguiva padre Bianchi, «Il prete, dopo alcune formule recitate ai piedi dell’altare, cominciava a “dire messa”, voltandosi solo per qualche “Dominus vobiscum”, cui la gente rispondeva “et cum spiritu tuo”, ma cosa dicesse il prete negli oremus o cosa leggesse dal messale nessuno lo sapeva o la capiva». E il Vangelo? «Il prete lo leggeva dapprima in latino sull’altare, con le spalle girate al popolo, poi si voltava e, recatosi alla balaustra, lo leggeva in italiano per la gente: era quello l’unico testo che tutti capivano, seguito dalla predica in cui trovava spazio ogni genere di ammonizione ed esortazione, attinente più alle vicende locali che non al brano appena letto».
In un contesto simile alla Lunigiana del tempo, padre Bianchi osserva che «al momento dell’offertorio – ero chierichetto sempre presente – il prete mi mandava fuori sulla piazza a chiamare gli uomini perché entrassero a “prendere messa”, altrimenti quella non sarebbe stata più “valida” per loro. Così, mentre le donne recitavano il rosario sottovoce e gli uomini continuavano a parlottare, la messa procedeva spedita, con il prete che bisbigliava tutte le formule. Solo al momento dell’elevazione il campanello avvertiva, svegliava e richiamava tutti: il silenzio si faceva totale e assoluto».
Ma subito dopo, «Prima della comunione del prete – normalmente l’unico a comunicarsi durante la messa – gli uomini uscivano dalla chiesa e riprendevano i loro capannelli, mentre le donne intonavano canti pii e devoti. Era l’ora in cui ciascuno tornava a casa per il pranzo perché ormai “il dovere era stato fatto”».
Che dire oggi di quella liturgia? È lo stesso autore che offre una chiave interpretativa: «Era senz’altro consona a quel tempo che era davvero il tempo della cristianità e confesso che a me ha fornito una robusta spiritualità cristiana. Tuttavia non ne provo nostalgia: solo pochi capivano cos’era la messa, i più ne riempivano il tempo con la recita del rosario o le chiacchiere sul sagrato; le letture bibliche erano scarsissime: un paio di brani dell’Antico Testamento in tutto l’anno, testi quasi unicamente del Vangelo di Matteo e ammonizioni dell’apostolo Paolo».

(d.t.)