L’ordinazione di nuovi vescovi senza il mandato papale è un nuovo capitolo della lunga battaglia dei tradizionalisti contro le riforme. Ma la Tradizione è affidata ai vescovi e al Papa, non ad autoproclamati gruppi di custodi esclusivi. Atteggiamenti di rimpianto di epoche e strutture sociali del passato che nulla hanno a che fare con la Rivelazione della salvezza di Dio offerta agli uomini di ogni tempo

(foto da Wikipedia – tratta dal libro di Bernard Tissier de Mallerais, “Mons. Marcel Lefebvre Una Vita”, Chieti 2005)
È da un vescovo francese, Marcel Lefebvre (1905-1991), che porta nell’aula del Concilio Vaticano II una trentennale esperienza missionaria nell’Africa francese, dove diventa vescovo di Dakar, che occorre partire per comprendere lo scontro tra la Fraternità sacerdotale San Pio X e il Papa e la scomunica dei consacranti e dei 4 vescovi ordinati lo scorso primo luglio a Écône.
Lefebvre, nato in una ricca famiglia dell’Alta Francia in cui le vocazioni sono state numerose anche in passato, una formazione conservatrice, un giudizio severissimo sull’Islam e già diversi scontri con l’episcopato francese e con il Nunzio apostolico in Francia Angelo Roncalli, al Concilio è membro della commissione centrale preparatoria e si schiera da subito con l’ala dei vescovi conservatori.
Le sue critiche riguardano tre punti cardine del rinnovamento conciliare: la libertà religiosa, giudicata come un cedimento al relativismo; l’ecumenismo, considerato un pericoloso livellamento della verità cattolica rispetto alle altre confessioni; la collegialità episcopale, interpretata come un indebolimento del primato papale.

Ma le critiche di Lefebvre riguardano pure le modifiche alla liturgia e all’insegnamento religioso, da lui giudicate come catastrofiche concessioni «a uno spirito neo-modernista e neo-protestante». Posizioni così rigide non gli impediscono tuttavia di apporre la sua firma alla costituzione Sacrosantum Concilium sulla liturgia e alla dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa. Addirittura nel 1965 Lefebvre celebra messa secondo il rito contenente le prime riforme sperimentali.
Le relazioni tra il presule francese e Roma precipitano però con l’introduzione del nuovo Messale Romano da parte di Paolo VI, a fine 1969. L’anno dopo Lefebvre fonda in Svizzera la Fraternità Sacerdotale San Pio X e apre il seminario di Écône, con l’obiettivo di formare sacerdoti secondo il modello pre-conciliare, ancorati alla Messa in latino di San Pio V. Per Lefebvre le riforme del Concilio diventano esplicitamente «novità distruttrici della Chiesa».
Nel 1975 Paolo VI si vede costretto a revocare l’approvazione alla Fraternità e ordina la chiusura del seminario. Lefebvre rifiuta, il 29 giugno 1976 ordina i suoi primi sacerdoti e alla sospensione a divinis del Papa risponde celebrando una messa a Lille davanti a migliaia di fedeli e ai media di tutto il mondo. Ne seguirà una drammatica udienza a Castel Gandolfo in cui Papa Montini attribuisce a Lefebvre le posizioni di un antipapa ma che non produrrà alcuna sottomissione.
Il nuovo Papa Giovanni Paolo II e il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Joseph Ratzinger, cercano una via per evitare la rottura con il movimento tradizionalista, ma senza risultati. E quando l’oramai anziano presule non riceve da Roma il permesso di consacrare dei vescovi che possano succedergli e dare continuità alla sua opera, si consuma la rottura: il 30 giugno 1988 Lefebvre procede alle consacrazioni.

Giovanni Paolo II, con il motu proprio Ecclesia Dei, dichiara la scomunica latae sententiae per Lefebvre e per i quattro neo-consacrati. Anche da Papa Joseph Ratzinger tenta la via della riconciliazione. Nel 2007 Benedetto XVI liberalizza la celebrazione della messa tridentina, stabilendo che non è mai stata abrogata, facendo cadere uno dei principali contenziosi con Écône.
Due anni dopo revoca le scomuniche del 1988 ai quattro vescovi consacrati da Lefebvre e dà inizio a colloqui dottrinali che si arenano sul “nodo” del Concilio: Roma ne chiede l’accettazione, la Fraternità la nega, mentre l’emergere di una vecchia intervista in cui il vescovo lefevbriano Williamson assume posizione negazioniste nei confronti dell’Olocausto mina ogni tentativo di dialogo.
Nemmeno Papa Francesco chiude le porte ai lefebvriani, concedendo loro, in occasione del Giubileo della Misericordia, la facoltà di assolvere validamente i peccati nella confessione. Ma nel 2021 è lo stesso Papa argentino, sostenendo che il rito tridentino veniva spesso usato per accentuare le divisioni e aumentare le distanze dal Concilio, a limitare drasticamente, con il motu proprio Traditionis custodes, la celebrazione della messa in latino concessa da Benedetto XVI.
La storia di questi giorni, probabilmente conseguenza della delusione nei confronti di un pontefice – Leone XIV – che in molti, sbagliando, vedevano come colui che avrebbe archiviato come una parentesi la stagione di Papa Bergoglio, racconta di una Fraternità San Pio X, che con i suoi oltre 700 sacerdoti, centinaia di case e scuole, una solida base di fedeli, affinità e legami fin troppo evidenti con le estreme destre di tutto il mondo, si erge a difensore della Tradizione.
Ma la Tradizione è affidata ai vescovi in comunione con il Successore di Pietro, non a gruppi particolari che si autoproclamano suoi custodi esclusivi che, rimanendo immobili ad una data condannano come deviazione da correggere tutto quello che la Chiesa compie successivamente: un atteggiamento, quest’ultimo, che sa molto di più di nostalgia e rimpianto di un’epoca e delle sue strutture sociali – anche le più preoccupanti – che di Rivelazione della salvezza di Dio offerta agli uomini di ogni tempo.
Davide Tondani



