La vita a Greto, nelle Apuane: tra gli affetti e il desiderio di un futuro diverso

L’incolmabile assenza della madre, la scomparsa improvvisa e ingiustificata del padre, i rapporti complessi con la sorella maggiore, l’università, il dottorato e quel desiderio di trovare il prima possibile un’alternativa alla vita in quel paese dimenticato tra le montagne massesi. Questo e molto altro ci aspetta nelle trecento pagine dell’ultimo e atteso romanzo di Silvia Dai Pra’, “Brillare” (Mondadori, 2026).
Dopo “Senza salutare nessuno” (2019) e “I giudizi sospesi” (2024) – solo per citare i due libri più recenti e che l’hanno consacrata – la giovane autrice massese con radici a Pontremoli (il libro è dedicato alla nonna Lalla Tassi, “maestra, partigiana”) ma da tempo “trapiantata” a Roma, ci propone un’altra vicenda familiare.
Questa volta ambientata a Greto, un tempo popolosa comunità fra le Alpi Apuane, affacciata sul corso del torrente Frigido colorato di bianco dalla marmettola, da dove si domina Massa e la Versilia.
Il paese nella realtà non esiste, è frutto della fantasia dell’autrice, ma le caratteristiche che ci vengono trasmesse sono quelle di tanti abitati stretti attorno a quelle pareti ripide, avare e spesso spoglie. Compresa la tragedia di una strage nazifascista, in tutto e per tutto simile a quelle che nell’estate 1944 hanno davvero insanguinato per mesi il territorio e sterminato tanti civili innocenti nell’area che va dalla Versilia lucchese alla Lunigiana orientale.
Bianca, la protagonista, dal paese si è trasferita a Firenze, prima per laurearsi, poi per continuare a studiare, infine correggendo bozze di articoli per riviste, il tutto accompagnato dal lavoro nel fast food più famoso del mondo e dalla speranza di una carriera universitaria.
Una speranza che, tuttavia, sembra farsi ogni mese più flebile, sempre più nascosta fra le promesse (e le avances…) di docenti con pochi scrupoli e le ambizioni di altre dottorande “concorrenti”. Ora che incombe il traguardo dei trent’anni, sente l’urgenza di trovare un futuro che le permetta di affermarsi in una vita che non sia quella in un paese spopolato.
Da Greto, infatti, in tanti se ne sono andati: prima di loro, infatti, era sparito il lavoro in quelle cave di marmo diventate sempre più povere di lavoratori e ricche di speculazioni.
Un paese dalle botteghe ormai chiuse e dove resta un unico bar, quello di Marietto, dagli orari “creativi”; dove per intercettare il segnale della rete telefonica bisogna scendere fino ad una delle curve di quella strada che è anche l’unico, insidioso itinerario per raggiungere il mondo, da percorrere spesso con le corriere del servizio pubblico.
Giovani e anziani convivono in una realtà apparentemente immobile eppure inquieta, dove i coetanei di Bianca vorrebbero ribellarsi immaginando esistenze non caratterizzate dalla rassegnazione, progettano attività imprenditoriali improbabili o non lecite come la coltivazione di “piantine” di marijuana in cantina o nelle vallette nascoste fra le rocce.
Ma è anche un’esistenza costellata da un forte impegno sociale, prima di tutto a favore dell’ambiente, tra riunioni e comunicati contro l’estrazione selvaggia del marmo, la distruzione delle Apuane, la riapertura di cave.
In questa realtà Bianca e la sorella Viola non sono ancora riuscite ad elaborare compiutamente il lutto per la perdita della mamma ed ecco che si trovano ad affrontare il dramma della scomparsa del papà Argo, un vero e proprio giallo che accompagnerà il lettore fino all’ultima pagina del libro.
E se Bianca insegue il futuro a Firenze, Viola soffre, interiorizza e vive quasi tutto il tempo chiusa in casa: i rapporti fra le due sono complicati e le figure maschili che popolano le loro esistenze non aiutano certo a semplificarli.

Paolo Bissoli