Gaudí e il cantiere della Sagrada Familia: “il mio committente non ha fretta. Dio ha tutto il tempo del mondo”

Il visionario architetto catalano mise mano al nuovo progetto nel 1883: la conclusione è prevista per il 2034. Il 10 giugno Papa Leone XIV sarà in visita alla basilica e presiederà l’inaugurazione della Torre di Gesù Cristo, alta 172 metri

Barcellona, 7 novembre 2010: Benedetto XVI presiede la Santa Messa con dedicazione della Chiesa della Sagrada Familia e dell’altare (Foto Siciliani-Gennari/SIR)

L’opera più celebre di Antoni Gaudí è senz’altro il tempio espiatorio della Sagrada Familia di Barcellona, che il 7 novembre 2010 la consacrazione di Papa Benedetto XVI elevò al rango di basilica minore, pur essendo ancora in fase di costruzione.
La sua genesi va collocata all’interno di quel movimento nazionalista detto Renaixença catalana, del quale faceva parte anche un importante settore del clero cattolico ed aveva tra i suoi scopi, oltre alla rivendicazione di un certo potere, anche contrastare lo spirito materialista che si stava diffondendo in tutta Europa.
Il più singolare animatore di questo gruppo fu il libraio Josep Maria Boccabella (1815-1892) che fondò, nel 1860, un’associazione di devoti a San Giuseppe con lo scopo di costruire a Barcellona un tempio dedicato alla Sacra Famiglia, per rilanciare i valori dell’istituto familiare quale nucleo e simbolo della comunità cristiana.
Dopo circa vent’anni di raccolta di fondi, sostenuta anche da Papa Pio IX, i devoti di San Giuseppe acquistarono per 172 peseta (circa 1.000 euro), in una zona situata a nord est della città vecchia, il terreno per costruire il tempio, detto espiatorio, perché sovvenzionato dai fondi dei fedeli.
Il progetto fu affidato a Francisco de Paula del Villar y Lozano (1826-1901), architetto diocesano tra il 1874 e il 1892, con il quale Gaudí sembra aver collaborato quando era ancora studente. Secondo il gusto del tempo, egli propose un edificio neogotico, a tre navate, transetto a navata unica, presbiterio con cappelle radiali. La prima pietra del tempio fu posta il 19 marzo 1882, festa di San Giuseppe, proclamato patrono della chiesa universale l’8 dicembre 1870.

Antoni Gaudí (1852 – 1926) – Da Wikipedia

I lavori iniziarono dalla cripta ma l’opera era davvero ingente, i fondi iniziarono a scarseggiare e, come sempre, committenti ed architetto iniziarono a discutere sui costi. Fu chiamato un consulente, l’architetto Joan Martorell (1833-1906), con il quale Gaudí aveva collaborato per alcuni progetti.
Villar si dimise e l’incarico che fu offerto a Martorell il quale però rifiutò consigliando di rivolgersi a Gaudí, architetto di fiducia dell’imprenditore Güell ed affermato professionista.
Egli si accinse all’opera nel 1883, riprendendo l’edificio dalla cripta già iniziata, di cui mantenne le dimensioni, pur rimodellando completamente il progetto. Gaudì impostò un’aula a cinque navate, mantenendo le dimensioni di quella centrale, già determinata dalla cripta semicircolare con le sette cappelle radiali, allungò il transetto al quale aggiunse due navate laterali. Cinse poi l’intero edificio con un chiostro porticato che è possibile percorrere dall’interno e che collega tutto il perimetro attraversando la Cappella dell’Assunzione situata a nord, sull’asse maggiore della chiesa.
Ai quattro angoli interni del chiostro collocò: a destra dell’ingresso principale, o Portale della Gloria, il Battistero e la Cappella della penitenza, dal lato opposto due sacrestie. Il piano della chiesa si imposta quattro metri al di sopra del livello stradale ed è accessibile attraverso tre porte principali: della prima si è detto sopra, le altre due corrispondono alle testate del transetto di levante e di ponente, rispettivamente della Natività e della Passione; sono sormontate ciascuna da quattro torri dal profilo catenario, 12 in tutto, come gli Apostoli di cui portano il nome.

Vaticano, 17 febbraio 2024: Papa Francesco riceve in udienza i membri della “Junta Constructora de la Basilica de la Sagrada Familia” (Foto Vatican Media/SIR)

Sono adornate di pinnacoli dalle geometrie complesse, risplendenti di coloratissime maioliche, simili tra loro ma mai identici, mutevoli come il mutare della natura nel loro significato simbolico.
La Facciata della Natività fu quasi completata da Gaudí che, resosi conto dell’enorme opera intrapresa lasciò ai posteri il compito di portare a termine il suo progetto, come nelle cattedrali gotiche dove sovente la facciata denota uno stile diverso dall’impianto iniziale.
Anche se all’inizio della guerra civile spagnola, il 20 luglio 1936, la cripta fu incendiata e si persero numerose informazioni, nulla arrestò mai definitivamente il completamento dell’opera. Alla fisionomia di grotta carsica modellata dal gocciolio continuo dell’acqua, che fa da sfondo alle figure del presepe, modellate con estremo verismo, si contrappone la cuspide del timpano d’ossa della Facciata della Passione, eseguita tra il 1954 e il 2009, dove figure più rigide e scarne, intonano il registro doloroso del tema, che secondo Gaudì doveva incutere timore.
Al di sopra dell’abside si eleva la torre della Beata Vergine, 153 metri, compreso il pinnacolo stellato a 12 punte, mentre al centro del transetto sopra la cupola, s’innalza quella di Gesù Cristo, alta m. 172,50 terminata il 20 febbraio scorso, fiancheggiata da quelle dei Quattro evangelisti (m. 131) sormontate dal simbolo di ciascuno di essi, terminate nel 2023. Resta da completare la facciata della Gloria (conclusione prevista per il 2034) con la monumentale scala d’accesso.
L’interno della chiesa si ispira al linguaggio pittorico delle cattedrali gotiche, nel senso dell’analitica distinzione delle parti portanti da quelle di tamponamento. Ciò aveva consentito le aperture di ampi trafori vetrati nelle pareti perimetrali ottenendo interni luminosi dal cromatismo intenso ed inoltre l’innalzamento delle strutture, fino al limite della proporzione, contrastando le spinte laterali attraverso quella sequenza di archi rampanti che ne accentua la dimensione coloristica.

Una immagine recente del cantiere alla Basilica (da Wikipedia)

Tutto questo è presente anche nella Sagrada Famiglia, specialmente nella cripta progettata da Villar, ma si trasforma nelle forme tecnico-naturalistiche di un bosco pietrificato, dove le nervature delle crociere tradizionali diventano rami-puntoni generati da pilastri in pietra dalla doppia torsione elicoidale. La base stellare si trasforma gradualmente in un cerchio sul quale si imposta un capitello ellissoidale, simile al nodo capitozzato di un albero, dal quale ripartono i rami, più lunghi nella navata centrale e più corti in quelle laterali.
Le volte simili a petali di fiori, non sono crociere, ma iperboloidi di rotazione, superfici geometriche curvilinee, prive cioè di ogni parte piana, considerate da Gaudí “la llum”, la luce in catalano, ossia quelle più adatte per diffondere nell’ambiente quella luce morbida, che favorisce il raccoglimento e la preghiera. In questo modo la sezione trasversale del tempio non è un rettangolo allungato, con l’imposta della volta pari a quella della base, bensì una superficie variabile che si restringe verso l’alto, assimilabile all’arco descritto da una catena appesa da due lati.
Un arco catenario già noto nell’antichità e ripreso da Gaudí per la sua resistenza strutturale, capace cioè di compensare le forze senza bisogno di contrasti laterali come gli archi rampanti. E così il volume della Sagrada Famiglia recupera, soprattutto all’esterno, una certa fisionomia plastico-muraria che richiama alcune costruzioni in terra cruda africane, che trovano una eco nel progetto, mai realizzato, della Missione francescana di Tangeri, tra il 1892-93, collocabile all’inizio della costruzione dei campanili della Facciata della natività tra il 1903 e il 1926, anno della sua morte.
Un traforo continuo di pietre, oggi prefabbricate e rinforzate con acciaio per alleggerire il peso della guglia più alta, quella di Gesù Cristo, ma dalla superficie lavorata a mano per non interrompere il vibrato luminoso della pietra, completa gradualmente l’opera del geniale architetto catalano, che sembra rispondesse così a coloro che gli chiedevano quando sarebbe terminata l’opera: “Il mio committente non ha fretta. Dio ha tutto il tempo del mondo”.

Roberto Ghelfi