Dall’AM alle trasmissioni web

Il 12 febbraio 1931 Guglielmo Marconi inaugurava Radio Vaticana. Ora gli impianti analogici in Onda Media della radio vengono definitivamente spenti. Ma non certamente la radio!
Ma come è cambiata la Radio dal punto di vista tecnico in questi 90 anni? Una prima fase è stata quella della diffusione con impianti in onda media e lunga in Modulazione di Ampiezza (AM), impianti analogici in grado di coprire interi continenti e gestibili solo dagli Stati sia per le dimensioni che per le normative che impedivano (Stati Uniti unica eccezione) ai privati l’utilizzo delle frequenze.
La guerra fredda darà un senso particolare a questi impianti. Gli stati del Patto di Varsavia irradiavano i loro programmi in Occidente in tutte le lingue e viceversa le stazioni occidentali, “Voice of America” per prima, irradiavano in lingua russa oltre cortina.
Il panorama non cambierà sostanzialmente anche con l’introduzione dell’FM (Modulazione di frequenza), ideata nel 1933, e l’utilizzo delle onde ultracorte, capaci di coprire distanze piccole ma molto più semplici da gestire e con minori costi.
Nel secondo dopoguerra nascono le reti trasmissive in FM, sempre rigorosamente in mano ai governi. A metà degli anni 70 cambia tutto: l’ideazione della stereofonia in F.M. avvenuta 10 anni prima, l’abbattimento dei costi e la possibilità di costruire in autonomia i trasmettitori modificano lo scenario e in tutta Europa nascono le radio “libere” (prima erano “pirata” e poche).
La radio, da strumento di diffusione ideologica e culturale, diventa “luogo” di incontro di piccole comunità.
Basta gettare un occhio in Lunigiana: Radio Punto Nord e Radio 80 da Pontremoli, Radio Onda Val Taverone da Monti, Radio Lunigiana, Radio Elle da Aulla, RadioA da Turlago. Per non parlare poi delle radio parrocchiali: Radio Antenna Verde ad Aulla, la Radio del Parroco a Villafranca e la radio dei giovani di Mocrone.
Nel 1990 la Legge Mammì fa calare la scure su molte realtà fissando regole a vantaggio di grandi network che nel frattempo si sono strutturati grazie al vuoto normativo. Dal punto di vista tecnologico la FM spopola ma è questione di pochi anni e l’arrivo della codifica digitale prefigura grandi cambiamenti.
La canzone “Video Killed the Radio Star” descriveva la fine della radio causata dalla televisione, invece l’FM e, fino agli anni 2000 anche l’AM, resistono.
Nel 1995 nasce il DAB, l’evoluzione della radio in digitale. L’ulteriore evoluzione avviene con la tecnologia IP: la radio non è più portata dalle Onde radio ma dalla Rete Internet, dove nascono le webradio.
Nel giro di 10-20 anni è verosimile che tutte le stazioni passeranno a tecnologie IP abbandonando AM, FM e forse anche DAB. Questo ulteriore salto tecnologico apre a scenari non facilmente prevedibili: c’è chi, come Graham Murdock, ipotizza la convergenza dei diversi sistemi multimediali (“crossmedialità”), una strada percorsa ad esempio in questo periodo dalla fivizzanese RadioA.
Ma c’è anche chi prefigura una frantumazione e atomizzazione delle esperienze radiofoniche e dei contenuti e, probabilmente, la perdita definitiva di quel senso di comunità, in crisi da decenni, che la radio aveva contribuito a creare.
Se ciò avvenisse, la radio come l’abbiamo conosciuta non esisterà più, a meno che le legislazioni lascino risorse radioelettriche apposite che invoglino piccoli soggetti a far rinascere esperienze capaci di restituire un senso a questo strumento di comunicazione semplice ed efficace.
(Stefano Gaffi)



