L’esperienza diretta del Sinodo e della “Christus vivit” al Convegno diocesano di Marina di Carrara
“Una Chiesa giovane non è la Chiesa dei giovani, ma è una realtà dove le generazioni dialogano, perché sono gli adulti che aiutano i giovani a crescere e a fare le scelte della vita”. Sono le parole di Gioele Anni, giornalista e giovane partecipante tra i 35 uditori al Sinodo dei Vescovi, celebrato nell’ottobre del 2018 in Vaticano, e intitolato “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.
Con il suo intervento al Convegno pastorale diocesano ha permesso ai presenti di cogliere la straordinarietà e l’importanza di un evento, quale è stata la XV Assemblea generale del Sinodo di un anno fa. Lungi dall’essere un incontro per “specialisti” di pastorale giovanile o una “convocazione d’emergenza” per colmare le lacune di una Chiesa che non riesce a coinvolgere le nuove generazioni, il Sinodo è stato soprattutto un “esercizio di profezia”, una sfida per vedere oggi i semi del Regno di Dio, in vista di un futuro da costruire, di cui i giovani sono la cartina di tornasole.
Erano numerosi i laici e i sacerdoti convenuti nella chiesa di Bassagrande, lo scorso 27 settembre, per l’annuale Convegno diocesano, i cui lavori sono stati aperti dal vescovo Giovanni. Cambiano i tempi e la vita, ha rimarcato il presule diocesano, ma non cambia il Vangelo né il contenuto della fede nel Signore Gesù trasmesso dagli Apostoli.
L’evento del Sinodo deve essere dunque accolto, studiato, assimilato dalla pastorale diocesana perché è il tempo di passare alle proposte e di agire; il lavoro emerso sarà a disposizione soprattutto degli Uffici pastorali diocesani, che lo tradurranno in azioni pastorali concrete. “Piatto forte” del convegno è stata, poi, l’esperienza diretta del lavoro compiuto dai quasi 300 Padri sinodali, riportata da Gioele Anni. Prima di tutto l’approccio, non rinunciatario e pessimista, ma realista e profetico, così come indicato da Papa Francesco con l’espressione “frequentare il futuro”, ad indicare la capacità di osare progetti e visioni, per un domani da costruire giorno per giorno. Il percorso sinodale, iniziato dal Santo Padre nel 2016 con la scelta del tema dei giovani, è stato caratterizzato da numerose tappe, incontri, assemblee, seminari di studio con esperti, che hanno fatto scaturire prima l’Instrumentum Laboris, poi il Documento finale e infine l’Esortazione apostolica “Christus vivit”, composta con lo stile del “tu”, ad indicare lo sguardo di affetto, di comprensione e di ascolto con il quale il Papa ha guardato ai giovani.
È importante dunque uscire dalla “sindrome dell’assedio” e assumere uno sguardo nuovo sul tempo che stiamo vivendo e che stanno vivendo i giovani oggi. Secondo Anni, alcune parole-chiave danno la cifra di quello che è accaduto al Sinodo. Innanzitutto, “conoscenza”, perché ogni azione pastorale deriva dalla capacità di conoscere e interpretare i fenomeni sociali.
Poi “testimonianza”, vale a dire l’atteggiamento del cuore e della vita, che non deve essere un fatto cerebrale o intellettuale perché da questo punto di vista partiamo sconfitti nei confronti dei giovani.
E, infine, “rete”: è il tempo della collaborazione e dell’unione delle forze dei vari soggetti ecclesiali. Con questi “ingredienti” sul tavolo è iniziato il tempo dedicato ai gruppi dei vari settori di impegno pastorale, che hanno reso questo appuntamento diocesano un “convegno-laboratorio”, un cantiere aperto per un nuovo modo di curare la pastorale e non solo dei giovani.
“Abbiamo bisogno di muoverci come Chiesa – ha sottolineato don Maurizio Manganelli, responsabile diocesano della Pastorale Giovanile – è opportuno fare discernimento sulle scelte pastorali più opportune per trasmettere e ‘consegnare’ il Vangelo alle nuove generazioni”. Il messaggio scaturito dal Convegno lascia pochi dubbi; in questo ci giochiamo il nostro essere Chiesa missionaria: su quali linguaggi nuovi inventare, su come intercettare i giovani sulle strade della vita. (df)



