Le troppe contradizioni dei Mondiali extra large

I Campionati di Calcio per la prima volta si disputano in tre Paesi (Canada, Stati Uniti e Messico) e le squadre partecipanti sono passate da 32 a 48. Ma il contesto politico è teso e precario, non sono buoni i rapporti fra alcuni dei Paesi più importanti e l’organizzazione, ancora una volta, sembra aver privilegiato altri aspetti prima di quello sportivo

Città del Messico: la cerimonia di apertura dei Mondiali di Calcio allo stadio Azteca (Foto ANSA/SIR)

Quando tre anni fa fu presentato il logo dell’edizione dei Mondiali di calcio 2026, il presidente della FIFA, Gianni Infantino, parlò di un simbolo capace di “unire tra loro i paesi ospitanti e offrire la Coppa del Mondo più grande, migliore e più inclusiva di sempre”. Parole che, riascoltate adesso, provocano se non altro un effetto straniante: tralasciando il lato prettamente agonistico, i Mondiali che sono iniziati da pochi giorni tra Canada, Stati Uniti e Messico hanno già dato prova di non essere né i migliori mai disputati, né sicuramente i più inclusivi.
Contribuiscono a questo “verdetto” sia le politiche messe in atto dal governo del paese maggiormente coinvolto, ossia gli Stati Uniti (si disputeranno lì 78 delle 104 partite previste), sia l’atteggiamento della FIFA, che, per la verità, non solo quest’anno ma già da diverse edizioni è sempre meno interessata alle questioni tecniche e sportive e più compromessa con le scelte degli stati che di volta in volta si accingono ad ospitare la Coppa del Mondo.
Il tutto in un contesto internazionale teso e precario, a partire dalla presenza di due paesi, l’Iran e gli USA, ad oggi in stato di guerra. C’è da dire innanzitutto che la candidatura congiunta di tre paesi costituisce un unicum nella storia dell’organizzazione dei Mondiali. L’unico precedente può risalire al 2002, quando però furono solo due nazioni, il Giappone e la Corea del Sud, a farsi carico dell’evento.
La candidatura nordamericana fu presentata nel 2017 e ottenne l’assegnazione l’anno successivo, durante il primo mandato di Donald Trump. Le relazioni degli USA con i suoi vicini, già allora piuttosto tese, sono notevolmente peggiorate dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, tra minacce di annessione e imposizione di dazi molto alti. Insomma, tutto il contrario dello spirito di collaborazione che lo sport dovrebbe simboleggiare.
Fin dall’inizio della sua seconda presidenza è apparso chiaro che Trump avrebbe sfruttato i Mondiali come occasione per ribadire le sue priorità politiche. Lo si è visto finora per come le autorità statunitensi hanno gestito l’ingresso nel paese delle delegazioni straniere.

Una gigantesca di produzione della Coppa del Mondo nello stadio di Città del Messico durante la cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 (Foto ANSA/SIR)

Non solo i tifosi, ma anche vari atleti hanno lamentato controlli al limite dell’eccesso. La nazionale iraniana, che si è qualificata ben prima dell’inizio del conflitto, ha avuto difficoltà ad ottenere i visti per entrare nel paese. Alla fine è stato permesso agli atleti di restare negli USA solo per le partite, costringendoli a stabilirsi per tutto il mese in Messico.
Il caso più significativo è però quello dell’arbitro somalo Omar Artan, considerato il migliore della confederazione africana e però respinto alla frontiera aeroportuale pur essendo in possesso di un visto diplomatico.
Riguardo a questo caso la FIFA ha dichiarato che avrebbe comunque pagato ad Artan il proprio compenso. Ma la prima reazione di condanna da parte dell’organizzazione, piuttosto blanda, è emblematica di quanto i Mondiali abbiano al loro interno una “gara nella gara”, fatta per accaparrarsi i favori del potere politico e le maggiori possibilità di affare.

Il pallone ufficiale dei Campionati del Mondo di Calcio 2026

In Messico la preparazione della Coppa del Mondo ha messo in evidenza i favoritismi che la classe politica ha accordato agli organizzatori a svantaggio dei cittadini. In particolare si è fatta sentire la voce dell’arcivescovo di Guadalajara, una delle città dove si terranno le partite, che ha denunciato lo stato di abbandono della popolazione più povera. F
avoritismi che hanno portato ad esempio, nel caso della costruzione di uno stadio, ad interrompere la fornitura di acqua alla gente. Riprendendo le parole di Infantino a inizio articolo, è però vero che i Mondiali appena cominciati sono i più “grandi” di sempre: la modifica ai regolamenti ha aumentato il numero delle nazionali partecipanti da 32 a 48. Un allargamento che da un lato ha consentito a paesi anche piccoli (si veda l’esempio di Curaçao) di poter partecipare ad un torneo altrimenti solo sognato, ma che dall’altro ha coinvolto nazioni prive delle risorse e delle attrezzature necessarie a sostenere un evento simile.
È chiaro che più stati partecipanti significa anche più biglietti venduti, diritti televisivi più cari e maggiori introiti pubblicitari, per fatturato complessivo di circa 9 miliardi di dollari. Sembrano ben lontane le parole che Papa Leone, durante il suo recente viaggio in Spagna, ha voluto esprimere in vista della competizione: “Il calcio ci ricorda qualcosa che non dobbiamo dimenticare: la vita non è una gara per mettersi in mostra da soli, ma un cammino che impariamo a percorrere insieme. Chi non sa passare la palla, anche se ha talento, non ha ancora capito il gioco. E chi non sa vivere con gli altri e per gli altri, non ha ancora capito la vita”. Per riprendere questa dichiarazione c’è infine da constatare che sono molti coloro che, pur occupandosi di sport o mostrandosene interessati, non ne hanno ancora capito il senso. Né del calcio, né forse della vita.

Mattia Moscatelli