La fine del Regno per le colpe dei Savoia e il voto del 1946

Il 13 giugno di 75 anni fa Umberto II “re di maggio” lasciava per sempre l’Italia per l’esilio in Portogallo. Da tre giorni era stato proclamato il risultato del Referendum Repubblica-Monarchia

Maggio 1946: Umberto II si affaccia dal palazzo del Quirinale nel primo giorno di regno

Casa Savoia, la più antica dinastia d’Europa, rimasta al potere dal 1047 al 1946 senza interruzione (salvo i pochi anni della subordinazione alla Francia napoleonica) comincia e finisce per fortuita coincidenza con un Umberto. Il capostipite è il conte Umberto detto Biancamano, l’ultimo è Umberto II detto “il re di maggio”. I Savoia erano dinastia francese che si espanse in Italia e Vittorio Amedeo II nel 1706, annodando alleanze e tradendole subito dopo, ottenne la corona di re di Piemonte e di Sardegna passata nel 1861 a corona d’Italia.

La storia personale di Umberto II è determinata dalla politica del padre Vittorio Emanuele III re d’Italia dal luglio 1900 al 9 maggio 1946, data ufficiale della sua abdicazione in favore del figlio Umberto II che fu re fino al 13 giugno quando lasciò per sempre l’Italia diretto a Cascais in Portogallo, la stessa destinazione dove era andato in esilio dopo abdicazione il trisavolo Carlo Alberto nel 1849. 
Umberto principe di Piemonte (Racconigi 1904 – Ginevra 1983) aveva avuto una gioventù dorata fra i rampolli aristocratici, sposò nel 1930 Maria Josè del Belgio, poco in sintonia col padre andò a vivere a Napoli, dove nacquero i quattro figli: Maria Pia, Vittorio Emanuele, Maria Gabriella e Maria Beatrice. La sua giovinezza scorre negli anni del regime fascista; non contrasta la strana “diarchia” del Ventennio con un re che permette la formazione e l’evoluzione totalitaria del regime fascista.
Umberto erede al trono non si oppone alle leggi razziali firmate dal padre, nel 1940 comanda le forze armate del settore occidentale e dal 1942 quelle dell’Italia meridionale e insulare. Il padre lo aveva sempre escluso da ogni responsabilità politica; non fa valere né di fronte al re né a Mussolini la sua opposizione all’ingresso dell’Italia in guerra perché impreparata.
Umberto II con Benito Mussolini nel giugno 1940

La moglie Maria Josè era molto diversa, fu decisamente antifascista, di tendenze democratiche e molto attiva. In urto col re, non era coi figli e col marito nella fuga da Roma, al referendum del 2 giugno restituì la scheda in bianco, non andò al funerale del suocero morto ad Alessandria d’Egitto nel 1947.    

Umberto cerca di salvare la monarchia nelle ore tragiche dopo l’annuncio dell’armistizio dato dagli Alleati in anticipo sugli accordi presi: l‘Italia è abbandonata a se stessa, i tedeschi la occupano militarmente, l’esercito è lasciato senza guida, ma il re e la regina, oltre 50 alti ufficiali e Badoglio, capo del governo dall’arresto di Mussolini il 25 luglio, fuggono subito nella notte. Più volte Umberto cercò di impedire la fuga, scrive lo storico e narratore Antonio Spinosa, inutilmente chiedeva di tornare a Roma perché “sentiva che quello era il suo dovere, o per prendere il comando di truppe regolari o per partecipare alla lotta clandestina”. Il re testardo gli impone di seguirlo per ogni evenienza. Badoglio in modo brusco gli ricorda che era un soldato e doveva obbedire.
Umberto II parte da Ciampino per l’esilio in Portogallo: è il 13 giugno 1946

Per quasi tutti gli storici la fuga da Roma è l’atto di morte della monarchia, per lo storico Sergio Romano è una delle pagine più brutte della lunga storia della dinastia sabauda, anche se il re presente a Brindisi garantì al sud la continuità dello Stato.

Umberto cerca di recuperare qualche credibilità della monarchia presso gli Alleati e organizza il primo reparto dell’esercito regio del sud e combatte contro i tedeschi a Monte Lungo, ma gli americani non gli danno il comando, solo dopo la liberazione di Roma il 4 giugno 1944 lo nominano Luogotenente del Regno. Si crea il governo di Ivanoe Bonomi con tutte le forze.
Benedetto Croce dichiara che fin che ci sarà il re il fascismo non finirà. I partiti, tornati ad operare apertamente, chiedono l’immediata abdicazione del re, la volevano anche i monarchici di maggior prestigio e il conte Carlo Sforza di Montignoso, che dopo il delitto Matteotti era fermo antifascista, (opererà per una repubblica democratica, sarà Alto Commissario per le sanzioni contro il fascismo, lavorerà bene ma con esito deludente, pochi furono epurati a causa di contrasti tra i partiti e di espedienti vari: ancora nel 1960 su 64 prefetti in servizio 62 erano stati funzionari sotto il fascismo!). 
Solo col referendum alle porte il re abdicò, Umberto II è re, dichiara di volere una monarchia progressista e di accettare ogni risultato elettorale, ma dopo la vittoria repubblicana esitò molto prima di delegare i poteri al nuovo presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e denuncia brogli elettorali in scrutinio.Per evitare rischi di guerra civile parte, si separa dalla moglie, nel testamento dona al papa la Sindone e l’archivio storico sabaudo allo Stato italiano, è sepolto ad Hautecombe insieme a M. Josè.
La Costituzione vieta ai membri e discendenti dei Savoia di ricoprire uffici pubblici o cariche elettive, agli ex-re, consorti e discendenti maschi è vietato l’ingresso e il soggiorno in Italia e i loro beni sono avocati allo Stato.
Le monarchie erano e sono tuttora molte in Europa, durante la guerra i sovrani lottarono insieme al loro popolo; quella italiana finì per libera scelta della maggioranza dei cittadini. Fu la giusta risposta alle colpe e alle astuzie di un re padre e del suo mediocre figlio.          
Maria Luisa Simoncelli

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