Un condono fiscale che non va nel segno del nuovo

Ancora difficoltà nella campagna di vaccinazione: quattro milioni di dosi in meno nei primi tre mesi

Il presidente del Consiglio, Mario Draghi

Continua a giocarsi su due piani paralleli la partita avviata qualche settimana fa da Draghi, quando accettò di guidare il “governo della disperazione”. Due piani paralleli che, però subiscono quotidiani scossoni determinati dalla voglia di Salvini di mettere la bandierina in ogni azione intrapresa dal governo che lui ritenga positiva e utile alla sua causa. È avvenuto per le sostituzioni dei responsabili degli ambiti cruciali di lotta alla pandemia, si è di nuovo verificato con le norme contenute nel cosiddetto “decreto sostegni”. Per questo motivo, non sono mancate le critiche al capo del Governo per non aver saputo andare oltre la mediazione.
Il Decreto legge (Dl) in questione ha caratteristiche che lo pongono alla pari con una intera legge di bilancio: 32 miliardi di stanziamenti che aprono nuovi buchi nel bilancio dello Stato, ma ormai, in tempo di pandemia persistente, questo non fa più notizia. Nonostante ciò, già si parla di un nuovo scostamento di bilancio da portare all’approvazione del Parlamento quanto prima.
A creare il maggior scompiglio è stato quello che lo stesso Draghi ha ammesso essere un condono fiscale: certo non un buon esordio per chi aveva promesso un cambio di passo e di rotta! Il testo finale stabilisce che la sanatoria sia limitata alle cartelle fino a 5mila euro in un arco temporale tra il 2000 e il 2010. Potranno accedervi le persone fisiche con un reddito fino a 30mila euro e le aziende fino a 50mila. Certo, meno di quello che Lega e lo stesso M5s chiedevano, ma decisamente di più di quello che in partenza erano disposti a concedere Pd e Leu.

ll ministro dell’economia e finanze, Daniele Franco

Sarà da vedere quanto l’invito di Draghi a “chiedersi quali di queste bandiere abbiano un senso e a quali si possa rinunciare, senza fare un danno alla propria identità e all’Italia” verrà raccolto nel prossimo futuro. Per il resto, il Dl distribuisce gli aiuti in cinque ambiti principali: sostegno alle imprese e agli operatori del terzo settore; lavoro e contrasto alla povertà; salute e sicurezza; sostegno agli enti territoriali; ulteriori interventi settoriali.
Quanto alle misure direttamente rivolte alla famiglia, queste non sono modulate in rapporto ai “carichi familiari”, come invece da tempo chiede il Forum delle associazioni familiari. La credibilità dell’avvio di un nuovo corso da parte del governo, comunque, si giocherà sulla capacità della macchina burocratica di distribuire in tempi brevi i sostegni annunciati. Si parla dell’8 aprile e se questo avverrà, almeno in parte consistente, il governo porterà a casa una vittoria di non poco conto. L’altro “campo di battaglia” è la lotta al Covid-19, soprattutto con la campagna vaccinale.
È una vera e propria corsa contro il tempo, visto che tutti i dati delle ultime settimane segnano l’aumento degli indici di contagio, di occupazione delle terapie intensive e di decessi. Secondo l’Istituto superiore di sanità (Iss) a livello nazionale l’incidenza ha superato la soglia di 250 casi settimanali per 100mila abitanti (un dato che imporrebbe il massimo di controllo sui movimenti della popolazione) e “l’Rt medio (l’indice che misura la potenzialità di trasmissione del virus) calcolato sui casi sintomatici è stato pari a 1,16 (per parlare di rallentamento della pandemia dovrebbe essere sotto a 1)”.
Si potrebbe definire “in stallo” la campagna di vaccinazione. Questa volta non per carenze organizzative della macchina rimessa a punto dal generale Figliuolo e che presenta potenzialità notevoli, ma per carenza di materia prima. Superato lo scoglio AstraZeneca, “assolto” da Ema e dagli altri istituti nazionali di controllo dei farmaci, resta il grave problema delle quantità. Per lo stesso vaccino messo sul banco degli imputati ma anche per tutti gli altri al momento disponibili.
Ormai è chiaro che i convogli di tir in uscita dalle fabbriche tedesche, inglesi e di altri Paesi hanno preso direzioni che poco o niente hanno a che fare con i contratti siglati da Ue con le case farmaceutiche: a farla da padrone sono stati, quindi, ancora una volta l’ingordigia del guadagno (vendere a prezzi più alti) e il peso politico degli Stati.
Secondo le stime, per ora in Italia non si potrà andare oltre le 200mila persone vaccinate al giorno. Il motivo è molto semplice: nel primo trimestre 2021 all’appello mancherebbero almeno 4 milioni di dosi, sui 15 milioni e mezzo previsti.
Ad aggravare il fatto ci sono, poi, le Regioni, che si stanno muovendo ognuna in modo diverso. Lo stesso Draghi, d’altra parte lo aveva sottolineato nel corso della conferenza stampa di presentazione del Dl: è sbagliato, aveva detto, che le Regioni vadano “in ordine sparso” sui vaccini, chiedendo ai presidenti “un cambio di passo”. Questo per favorire il raggiungimento dell’obiettivo di passare, entro un mese, dalle attuali 200mila somministrazioni al giorno a mezzo milione.

Antonio Ricci