I pentimenti di facciata di Davos

04davosIl gotha del sistema economico globale ha appena compiuto l’annuale rito celebrativo nel sancta sanctorum di Davos, in Svizzera, località meta del turismo invernale d’èlite. Assistito da 53 capi di Stato e di governo, il capitalismo mondiale ha dato sfoggio di sé con 600 conferenzieri esibitisi davanti ai media di tutto il mondo, in un forum finanziato dalle più grandi corporation gobali per parlare, nell’edizione 2020, di coesione sociale e sostenibilità ecologica.
Coesione e sostenibilità sono del resto i due grandi temi degli ultimi anni; due temi tra di loro connessi, come Papa Francesco ha ben illustrato nella Laudato si’. L’ascesa su scala mondiale del populismo e le grida di allarme delle nuove generazioni sui cambiamenti climatici stanno interrogando e destabilizzando l’intera società occidentale.
Di questa, Davos rappresenta la parte più ricca e influente, quella che nell’ultimo cinquantennio ha potuto godere di governi garanti dell’espansione senza regole e senza limiti della globalizzazione, di un clima politico e culturale favorevole come non mai al primato del mercato e del profitto, di una fiducia incondizionata nel fatto che la ricchezza generata dal capitalismo globalizzato sarebbe gocciolata dalle imprese su tutti gli strati della popolazione mondiale.
La grande crisi di sovrapproduzione del 2008 ha sgretolato queste certezze, contribuendo alla crescita dell’indignazione negli esclusi e negli impoveriti: nazionalismi, sovranismi e populismi ne sono stati la conseguenza.
I cambiamenti climatici, parallelamente, hanno posto nuovamente il tema dei limiti dello sviluppo, a maggior ragione di uno sviluppo che genera una ricchezza distribuita in modo sempre più disuguale, come ha certificato Oxfam nei giorni del Summit: l’82% della ricchezza mondiale nel 2017 è andato all’1% più ricco della popolazione globale.
Se, nel silenzio della stampa italiana, Klaus Schwab, fondatore della kermesse di Davos, come un novello Marx ha affermato che il capitalismo oggi “produce crisi, instabilità sociale e politica e va riformato prima che sia troppo tardi” e che “il neo-liberismo estremo e la spinta ai massimi profitti producono un abisso, ed è questo abisso tra i ricchi e i poveri che determina nella popolazione un evidente senso di mancanza di giustizia sociale, accentuata dal boom dei social media”, ciò non significa che il capitalismo mondiale abbia sposato le tesi degli attivisti ‘no-global’, e nemmeno che vi sia stata una presa di coscienza dei danni prodotti.
In assenza di cambi di rotta concreti nell’atteggiamento e nella pratica delle grandi imprese globali, le preoccupazioni di Schwab appaiono piuttosto come il camaleontismo di un sistema che si adopera in svariati maquillage per essere attraente in ogni epoca, ma continuando ad operare come ha sempre fatto.

Davide Tondani

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